domenica 26 ottobre 2014

Un'ora con...Valentina M. di Travel Upside Down



Valentina è una delle prime persone che ho conosciuto attraverso il blog. Insieme abbiamo lanciato #letteredamore2013, iniziativa che consisteva nello scrivere una lettera (rigorosamente a mano: niente ausilii digitali!), o nel riproporre una lettera d'amore celebre, sempre manoscritta, messa dentro un libro lasciato in un luogo pubblico, per regalare parole di amore e di speranza e sensibilizzare il più possibile alla lettura e alla scrittura (per maggiori informazioni leggete qui e qui).
E' solare, creativa, un po' hippie, piena di energia positiva, gli occhi allenati alla ricerca di bellezza da immortalare nelle sue foto (si è già parlato delle sue incantevoli foto su Instagram qui).

E' innamorata della sua Sardegna, che racconta con freschezza ed entusiasmo sul suo blog, Travel upside down, facendone scoprire angoli e pezzetti più nascosti, meno conosciuti, meno turistici. Quello di Valentina non è un solo un blog di viaggi: a ogni luogo Valentina abbina pensieri, citazioni, immagini, impressioni, portando il lettore in pellegrinaggio lungo la via Francigena, in un paesino fantasma sardo, tra gli hippie della Valle della luna, tra nebbia e fantasmi nell'Appennino ligure.
Siete pronti a viaggiare con lei?



Come nasce Travel upside down?
Travel Upside Down è un piccolo mondo colorato nato tre anni fa su ispirazione del momento.
Volevo raccontare la mia vita in Estonia per lavoro ed era un modo per mettere su “carta”, o meglio
su “web”, le mie impressioni e raccontare le avventure che vivevo in un paese lontanissimo dal
mio. Nel tempo si è evoluto, sia graficamente sia nel mio modo di narrare e narrarmi. Pian piano è
diventato uno spazio sempre più personale; le foto hanno lasciato spazio non solo ai propri colori,
ma anche a impressioni e post sempre più intimi. Ora il blog rappresenta uno spazio creativo di cui
adoro prendermi cura, creato a immagine e somiglianza del mondo che ho in mente e quindi ricco
dei miei colori.


Chi c'è dietro Travel upside down?
Chi c’è dietro Travel Upside Down? Io direi dentro Travel Upside Down....

Lì dentro c’è la vita di una persona che preferisce celarsi dietro immagini e parole, piuttosto che raccontarsi in maniera chiara e diretta. Credo che descriversi a volte sia davvero difficile, soprattutto quando la propria personalità è complicata e caratterizzata da centinaia di sfumature diverse. La creatività è un modo per parlare di sé senza essere banali e permette di mettere in luce una piccola parte della propria mente. C’è una parola sarda che mi descrive alla perfezione: “areste” (agreste, della campagna, selvaggio, indomito). A questa parola sono legati molti tratti di me.


Lo scaffale d'oro di Valentina
Adoro la malinconica solitudine dei libri di Murakami Haruki, quel senso di smarrimento dei
suoi personaggi e il modo in cui lui racconta la vita. L’esistenza per lui è qualcosa di difficilmente
delineabile, dove il confine tra i sentimenti è sempre sfocato e molte situazioni rimangono sospese
nel cuore dei personaggi. Ultimamente, mi sto appassionando anche alla scrittrice spagnola Anais
Nin e sono completamente affascinata dal suo modo di scrivere così poetico e allo stesso tempo
realista. Fa un uso delle parole impeccabile.
Credo che Anais Nin vivesse nel mio stesso mondo. Leggere i suoi libri è qualcosa di molto
profondo perché condividiamo la stessa linea immaginativa. Inoltre m’identifico sempre con
chiunque ami esplorare il mondo attorno a sé, in qualsiasi modo possibile, attraverso i viaggi, l’arte,
la scrittura o qualsiasi attività in cui bisogna mettere in moto le proprie capacità e il proprio senso
dell’avventura.


Se Travel upside down fosse una canzone...
...sarebbe unn misto tra: The Easybeats, “Good Times” e Cat Stevens, “If you want to sing out”.

I'm gonna have a good time tonight,
Rock n' Roll music gonna play all night,
Come on baby it won't take long,
Only take a minute just to sing my song.”
The Easybeats
“Well, if you want to sing out, sing out
And if you want to be free, be free
'Cause there's a million things to be
You know that there are
And if you want to live high, live high
And if you want to live low, live low
'Cause there's a million ways to go
You know that there are.”

Valentina, la scrittura e la fotografia
Il rapporto con la scrittura è abbastanza complicato, ma in senso positivo. Mi chiedo spesso quali
siano i confini entro i quali voglio restare per rispettare la mia personalità molto riservata. Spesso
mi chiedo se quello che scrivo possa rendere al meglio quello che sento; e, infatti, non riesco a
scrivere a comando ma solo quando mi sento particolarmente ispirata. La fotografia invece è per
me un mondo più semplice e immediato. Credo che dalla galleria fotografica di una persona si
possano capire tante cose in base al modo in cui coglie situazioni, persone e sfumature.


Progetti in cantiere
Ogni giorno è una nuova occasione per creare progetti e mantenersi vivi.

mercoledì 15 ottobre 2014

#socialbookday, una giornata all'insegna dell'amore per la lettura


 
 
 
 
 
 
 
Gli amici di Libreriamo hanno lanciato un'iniziativa bella nella sua spontaneità e semplicità: una giornata dedicata all'amore per la lettura e per i libri, consacrata dall'hashtag #socialbookday.

In una società in cui (apparentemente) nessuno legge più, o nessuno compra più libri, qual è il peso ponderato della lettura? Qual è lo spazio che occupa nel nostro quotidiano?

 

Un po' di giorni fa, parlando di The Bell Jar (La campana di vetro) di Sylvia Plath si parlava di cosa rende un libro "bello". Vi ripropongo la riflessione:

 

Cosa rende un libro "bello?"
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l'immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate
la scena de L'attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l'introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l'area totale della poesia per calcolarne l'autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un'esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d'anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può - o è estremamente difficile - rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sua percezione del libro stesso.

Ma, fatti i libri, bisogna fare i lettori. Per me la lettura rimane una delle esperienze piu' intime e personali, difficilmente condivisibili. Ogni lettore ha una sua esperienza, una sua storia, un suo percorso che l'ha portato ad amare un genere invece di un altro.

La mia storia da lettrice è molto semplice: un'esposizione alla lettura precoce e precocemente bovaristica ;)

Da piccola ho passato molto tempo con mia madre, costretta a casa da una gravidanza difficile. Tra un gioco e l'altro, mi raccontava storie. Mi leggeva storie. Mi faceva vedere i suoi libri. Me li faceva sistemare a mio capriccio.

Mi faceva vedere i suoi libri di scuola, i suoi quaderni, i suoi diari, qualche storia abbozzata quand'era ragazzina.

Si è aperto cosi' un mondo nuovo per me, un mondo di possibilita' infinite. Mia madre è tornata a lavorare, ma io avevo ormai scoperto la magia delle parole.

Le mie prime letture sono state molto…eclettiche ;): Il mago di Oz e Love Story, La piccola principessa e le poesie di Prevert, Pollyanna e il Diario de un poeta recien casado di Jimenez, Piccole donne e Cime tempestose.

Mi affascinava la poesia, quel suo essere fluida, sfuggente, piena di sottintesi e di immagini.

Mi piacevano le rime, mi piaceva imparare le poesie a memoria, recitarle mentre giocavo, o quando non riuscivo ad addormentarmi.

Mia madre adorava Leopardi,e  io piangevo sul triste destino di Silvia (anche se mi era piuttosto oscuro). Lei mi raccontava del pessimismo energico, eroico di leopardi, che poi avrei scoperto ne La protesta di Walter Binni.

E poi c'era lui, IL LIBRO. Un'antologia che mia madre aveva usato da studentessa, Diverse voci (purtroppo non ricordo la casa editrice).

Aveva una copertina blu petrolio, le pagine ingiallite, un odore che mi faceva impazzire. Amavo leggere e rileggere i versi prima dell'introduzione (che poi avrei scoperto essere tratti dal Paradiso di Dante):

 

Diverse voci fanno dolci note;

cosí diversi scanni in nostra vita

rendon dolce armonia tra queste rote.

(PARADISO - CANTO SESTO vv. 121 e segg.)

 

Tutte quelle poesie – Signorina Felicita ovvero la felicita' di Gozzano, La pioggia nel pineto di D'Annunzio, Funere mersit acerbo e Pianto antico di Carducci. Non capivo la meta' delle cose che leggevo, ma quelle parole, quei versi mi incantavano.

Poi c'era la mia preferita, La tessitrice di Pascoli. La trovavo cosi' drammaticamente bella. Il passo da li' a Emma Bovary è stato facile J

 



Mi son seduto su la panchetta



come una volta ... quanti anni fa?



Ella, come una volta, s'e' stretta



su la panchetta.







E non il suono d'una parola;



solo un sorriso tutto pieta'.



La bianca mano lascia la spola.







Piango, e le dico: Come ho potuto,



dolce mio bene, partir da te?



Piange, e mi dice d'un cenno muto:



Come hai potuto?







Con un sospiro quindi la cassa



tira del muto pettine a se'.



Muta la spola passa e ripassa.







Piango, e le chiedo: Perche' non suona



dunque l'arguto pettine piu'?



Ella mi fissa timida e buona:



Perche' non suona?







E piange, piange — Mio dolce amore,



non t'hanno detto? non lo sai tu?



Io non son viva che nel tuo cuore.







Morta! Si', morta! Se tesso, tesso



per te soltanto; come, non so:



in questa tela, sotto il cipresso,



accanto alfine ti dormiro'. —

 

 

Diverse voci è stata anche responsabile della mia infatuazione per il teatro, dopo la memorizzazione del monologo di Mirandolina in La locandiera:

 

Uh, che mai ha detto! L'eccellentissimo signor Marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l'arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s'innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto s'abbiano a innamorare: ma disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. É nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l'abbia trovata? Con questi per l'appunto mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m'innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l'arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.

 

Ci sono stati tanti altri libri, tante altre storie, tante altre poesie. Ma nessuno ha mai eguagliato il mistero, la magia, il fascino, l'incanto di quelle parole, di quei versi e di quelle storie che hanno creato me, lettrice.
 


 

 

 

martedì 7 ottobre 2014

The Bell Jar: dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

To the person in the bell jar, blank and stopped as a dead baby, the world itself is the bad dream.
 
Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno
 




Cosa rende un libro "bello?"
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l'immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate la scena de L'attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l'introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l'area totale della poesia per calcolarne l'autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un'esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d'anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può - o è estremamente difficile - rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sue percezione del libro stesso.

Tutto questo per raccontarvi come The Bell Jar, unico romanzo (semi-autobiografico) pubblicato in vita dalla poetessa e scrittrice americana Sylvia Plath (si, lo ammetto: sono nel mio periodo Sylvia, e basta leggere qui e qui per averne conferma) mi ha fatto sentire.
Dimenticatevi belletti e rouge à levres, inopportunamente suggeriti dalla copertina dell'edizione Faber e Faber per il cinquantesimo del romanzo (incidentalmente, una delle copertine meno riuscite della storia della letteratura): The Bell Jar è asfissiante. Soffocante. Crudo. Brutale.





The Bell Jar è la somma di tutti quei giorni sempre uguali, alla fine dei quali ci si guarda allo specchio attoniti, perché non ci si riconosce più. E' quella stretta al cuore, quel macigno sullo stomaco, quell'impossibilità di respirare che pervade coloro che si sentono persi, che non sanno più che strada prendere, che covano in sé il germe di una lacerante tristezza, di un desiderio sfumato, di un sogno sfuggito tra le dita. E' la storia di tutti coloro che si ritrovano rinchiusi in una vita che non gli appartiene, che non sentono come propria, che vorrebbero cambiare con tutto il cuore: ma non sanno come farlo, e si abbandonano all'apatia, all'inettitudine, nascondendosi sotto il piumone e sperando che il mondo si dimentichi della loro esistenza, o, quantomeno, non noti la loro assenza.
The Bell Jar parla di depressione: una malattia del corpo e dell'anima che è un po' il male del secolo, ma vissuta ancora come uno stigma, oppressi da quella vergogna che impedisce di chiedere aiuto, in un mondo in cui l'apparenza e i social network e i selfie e la condivisione creano l'illusione di vite frenetiche, mondane, vissute al massimo da persone che hanno tutto e vogliono metterlo in mostra.
Io credo che Sylvia Plath non l'avrebbe mai fatto, ecco: se fosse viva adesso, se stesse affrontando il suo dramma e i suoi demoni neri adesso, non abbellirebbe la sua storia. Forse si farebbe qualche autoscatto, chè nonostante il rapporto difficilissimo con il suo corpo la fanciulla era bella, e sapeva di esserlo, ed era anche un po' vanitosa.




A conferma di quanto appena detto, non ci sono abbellimenti o finzioni letterarie in The Bell Jar; è una brutta faccenda, raccontata in modo brutalmente sincero, tanto che il lettore può esserne infastidito, disgustato, spaventato, ma non può evitare di immedesimarsi in Esther Greenwood/Sylvia Plath: una ragazza terrorizzata e persa, che ha paura di non riuscire più a ritrovarsi e si abbandona a quel vortice nero mirabilmente descritto da Katie Crouch (trovate il suo articolo su Sylvia Plath qui e qui).
Esther è una ragazza sedotta - dalle luci di New York e dal prestigioso stage presso la rivista femminile Mademoiselle - e abbandonata, quando la City le svela il sul volto più spietato, più superficiale, più alieno.
Ester è votata al successo, alla perfezione, alle borse di studio, alla pubblicazione dei suoi scritti. Quando torna a casa e scopre di non essere stata accettata alla scuola estiva di scrittura di Harvard, Esther smette di dormire, e sprofonda in un'apatia letargica, umiliante per una persona abituata a essere sempre attiva, a raggiungere i suoi obiettivi, a produrre risultati eccellenti.
La ragazza si convince lentamente del fatto che qualcosa non funzioni nella sua testa, e che gli altri possano vederlo. Vedere questa sua diversità, questa sua alienazione, quella sua solitudine.
Allora Esther si abbandona al vortice nero e si rannicchia in un rifugio quasi fetale, una sorta di sottoscala, un'intercapedine buia, e prende un flacone di sonniferi.
I suoi rantolii vengono però sentiti; inizia cosi il suo lento calvario tra ospedali psichiatrici, dove si realizza il suo terrore più grande: viene sottoposta a un elettroshock.
E la descrizione di quella paura, del processo, del dolore sentito durante e dopo è così dettagliata, quasi distaccata e al tempo stesso così sofferta che il lettore non può fare a meno di immaginarsi lì, in quelle stanzette squallide, circondato da figure in camice bianco i cui tratti diventano sempre più sfocati, sempre più lontani.
In tutto questo c'e' anche la costernazione della madre (Aurelia, la madre-vampiro, in opposizione alla figura mitica del padre Otto perso troppo presto) che non riesce a capacitarsi di come la sua 'bambina' possa 'farle tutto questo' e che, quando Esther/Sylvia inizia a mostrare i primi, lenti segni di miglioramento, esclama: sapevo che la mia bambina avrebbe deciso di essere di nuovo a posto! (Come se la malattia fosse una specie di capriccio, inflittole dalla figlia per punirla, per  farla vergognare di lei e di se stessa).
C'è anche la fine del primo amore (lo studente di medicina Buddy Willard/Dick Norton)  e il suicidio dell'amica/nemica Joan Gilling, personaggio ispirato da Jane Anderson, un'altra studentessa della Smith che avrebbe poi fatto causa ai produttori del film tratto dal romanzo per diffamazione, sostenendo che la Joan saffica e suicida di The Bell Jar avrebbe nuociuto alla sua reputazione.
Il romanzo finisce quasi all'improvviso: Esther di rosso vestita attende con ansia e paura il momento in cui una commissione di dottori la testerà, la esaminerà per giudicare se sia in grado di tornare nel mondo esterno, di riprendere il college, di ricominciare a vivere.

The eyes and the faces all turned themselves towards me, and guiding myself by them, as by a magical thread, I stepped into the room.


I took a deep breath and listened to the old brag of my heart. I am, I am, I am.


Nel suo Once again to Zelda, una bellissima raccolta delle storie dietro le dediche di alcuni dei più famosi romanzi anglo - americani (se n'è parlato qui) Marlene Wagman - Geller racconta che Sylvia Plath ha dedicato il suo romanzo a Elisabeth e David perché i due sono stati molto vicini alla poetessa nella sua ora più buia. I coniugi Sigmund erano infatti vicini dei Plath, che, poco tempo dopo il loro avventato matrimonio, si erano traferiti da Londra a un cottage in campagna, affittando l'appartamento londinese a un poeta canadese e alla moglie, l'affascinante, esotica Assia, che diventa poi amante di Ted Hughes e motivo della separazione della coppia.
Quando Sylvia decide di tornare a Londra coi suoi due bambini i coniugi Sigmund sono fortemente contrari, consci della sua fragilità e delle solitudine che avrebbe sperimentato nella capitale.
Effettivamente, la campana di vetro come stato mentale diventa ben presto per Sylvia un luogo fisico: l'angusto appartamento londinese, ancora più oppressivo e angosciante a causa di uno degli inverni più freddi della storia (l'inverno della morte di Sylvia).


 
 
Sylvia Plath e Dick Norton, Yale Junior Prom, Marzo 1951 (Lilly Library, Indiana University)
 
 

martedì 30 settembre 2014

Un'ora con...Valentina di Bellezza rara




Dopo la chiacchierata con Giulia di The Blooker e quella con Alessandra di Una lettrice, questa mi sta particolarmente a cuore, perché Valentina l'ho effettivamente conosciuta e vista due volte in quel di Greyville, e ho quindi avuto modo di toccare con mano la sua freschezza, il suo entusiasmo, la sua passione per le cose che dice, che scrive, che fa. Perché incontrarsi nel mondo virtuale offre possibilità pressoché infinite, eliminando limiti spazio - temporali, ma non può sostituire una chiacchierata davanti a coca-cola e insalata durante la giornata più piovosa del luglio più piovoso della storia ;)

Genesi ed evoluzione di Bellezza rara

Valentina ha creato Bellezza Rara nel 2010, mossa dal desiderio di parlare di bellezza, soprattutto della bellezza trovata nei luoghi visitati prima di diventare mamma, nel corso dei suoi viaggi di lavoro.

Per due anni è stato uno spazio che Valentina riempiva sporadicamente con una manciata di post, principalmente sulle sue città del cuore, New York e Lisbona, che hanno messo prepotentemente radici nella sua memoria (e il terzo post su Bellezza rara, La mia New York, fa venire voglia di abbandonare tutto, fare la valigia e partire per la Grande mela, guardandola con gli occhi innamorati di Valentina).

Poi, a marzo 2012, in seguito a un momento difficile in ufficio, ha scritto il primo post molto personale, in cui parlava del rapporto famiglia-lavoro. Bellezza Rara ha così fatto un primo ingresso nel territorio del mommy - blogging. Valentina stessa non sa se definirlo propriamente un mommyblog, o, almeno, non sa più se definirlo così, dato che più passa il tempo più si sente in imbarazzo quando parla di sua figlia, che ora ha cinque anni e una sua personalità da rispettare e tutelare. Per questo motivo, da un po' di tempo, Valentina preferisce scrivere quasi esclusivamente delle sue esperienze e dei suoi ricordi.

(Mia personalissima opinione off the record: Bellezza rara è molto più di un mommyblog o un blog di viaggio: è un contenitore di storie scritte col cuore, di dichiarazioni d'amore a Torino, di ricordi al sapore di Lisbona, di New York e di nostalgia, di bellissime lettere che Valentina scrive a G., la sua nana riccioluta. Ecco, per esempio un paio di giorni fa ho letto questo post, e mi sono commossa, perché in poche righe ho trovato tutta la bellezza che cercavo.).

Bellezza Rara è Valentina. È tutto ciò che ha dentro. Ricordi, sogni, passioni. Ed è soprattutto quell'impulso irrefrenabile di scrivere che ogni tanto sente e che non può non assecondare.

 

Lo scaffale d'oro di Valentina

Il bar delle grandi speranze di JR Moheringer

Fiesta di Ernest Hemingway

La strada di Cormac McCarthy

Un amore di Dino Buzzati

Un uomo di Oriana Fallaci

Dice Valentina del suo rapporto con la lettura:

Quando ero al liceo classico divoravo i libri di Oriana Fallaci e sognavo di diventare quel tipo di donna: coraggiosa, anarchica e forte. Sognavo di diventare una giornalista di guerra, ma soprattutto sognavo di essere la Fallaci di Un uomo: innamorata e pronta a lottare contro tutto il mondo per il suo uomo e per il suo amore. Poi ho scelto Economia e Commercio e una vita decisamente più tranquilla della sua, ma quel modo di vivere le passioni mi è rimasto nell'anima.

 

Se Bellezza Rara fosse una colonna sonora…

sarebbe di sicuro di Ennio Morricone, che Valentina adora.

In particolare, sarebbe quella di C'era una volta in America.

Se fosse una canzone...ma Bellezza Rara è una canzone! Il nome del blog deriva da una canzone brasiliana che la fanciulla ascoltava sempre ai tempi del suo Erasmus a Lisbona e che per lei è diventata sinonimo di felicità, spensieratezza, leggerezza.

 

Valentina e la scrittura

Valentina racconta storie. Storie che catturano attimi di bellezza (quella bellezza rara, appunto, che poi è titolo ed essenza del suo blog).

Ho chiesto a Valentina di raccontarmi un po' come vive la scrittura, cosa significa per lei, qual è il suo rapporto con le sudate carte (o il sudato pc J):

Ho sempre amato scrivere, ma l'ho sempre ritenuta una passione e nulla più. Da qualche anno ho capito che anche lo scrivere ha le sue regole e soprattutto è una passione che va coltivata e arricchita, e quindi ho cominciato a frequentare corsi di scrittura e a leggere i grandi della letteratura dai quali vorrei imparare. Per me la scrittura è come l'amore con il quale decidi di costruire una famiglia: richiede passione e istinto ma anche tanto impegno.

E sui suoi progetti in cantiere:

Ho in cantiere un ebook che uscirà a ottobre con Zandegù: sarà una guida turistica molto speciale. Diciamo che sarà una guida a un certo tipo di sentimenti :)

Poi ho in cantiere un romanzo che non so quando finirà, ma mi sta tenendo molta compagnia. Parla di Arturo e Sara, e del loro corto circuito un giorno di aprile.

E poi mi piacerebbe tanto scrivere qualcosa sulla mia città, Torino, che adoro fotografare e descrivere, ma non ho ancora ben inquadrato l'idea.

(N.B: Valentina scrive anche su #lamiatorino e riempie il suo profilo Instagram di foto meravigliose che mi fanno venire una voglia matta di scoprire questa meravigliosa città che, ahimè, non ho mai visitato).

Insomma, che aspettate? C'è tanto da leggere, e il tempo è sempre troppo poco ;)

PS: Un grazie speciale a Valentina che ha avuto il coraggio di venirmi a trovare nel mio ufficio sperduto in mezzo al nulla, sotto la tormenta.

PS2: Ecco un assaggio delle bellissime foto di Valentina, tra Torino, Stati Uniti e Portogallo.