lunedì 14 aprile 2014

Le piaceva scrivere.

"I write because you exist." - Michael Faudet"






Le piaceva scrivere.

Non è del tutto esatto: scrivere per lei era un imperativo categorico, un diktat morale, un appuntamento ineluttabile con la sua coscienza, un tête-à-tête col suo introverso e bizzarro mondo interiore.

Scriveva storie tenui, dai colori sfumati - spiagge bianche da lungo tempo dimenticate, occasioni perdute, momenti spezzati.

Scriveva del panico che spesso l'attanagliava, dell'insonnia che la teneva sveglia a combattere coi suoi demoni, delle persone che aveva perduto, della se stessa che aveva dimenticato.

Scriveva perché in fondo non era capace di viverla, la vita, e allora preferiva osservarla da fuori, da dietro il finestrino polveroso di un treno senza nessuna destinazione. Scriveva perché in fondo non era capace di viverlo, l'amore, un concetto astratto e intellettuale troppo elevato e ideale per potersi far sfiorare dalla prosa della quotidianità. E allora lo ritrovava nei romanzi russi, e lo relegava nelle poesie e nelle storie senza lieto fine.

Si sentiva in colpa quando non scriveva, perché evitava di guardarsi allo specchio, e quando lo faceva, perché non aveva il coraggio di scrivere tutta la verità. Perché la verità faceva male, spesso, e metteva a nudo, sempre, lasciandola inerme e indifesa come un pulcino bagnato.



Scriveva per raccontare storie.


Scriveva per raccontarsi storie (a volte, le proprie).


Scriveva per immaginare finali diversi.


Scriveva perchè mettere pensieri, emozioni, eventi nero su bianco svolgeva una funzione catartica, e la aiutava a mettere ordine.


D'altro canto, mettere le cose nero su bianco le faceva paura. Perchè diventavano reali. Perchè cominciavano a vivere di vita propria. Perché non si potevano piu' ignorare: per quanto facessero male erano lì, indesiderate, incontrovertibili. Ineluttabili.


Non era facile scrivere di sè (c'era sempre l'imbarazzo delle prime persone) e scrivere di quelle poche, pochissime cose che le stavano veramente a cuore.

Non era facile scrivere di persone che l'avevano toccata fino a marchiarla, di eventi che la trascinavano verso il passato anzichè proiettarla verso il futuro (So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past: così Fitzgerald conclude il suo Gatsby).


Sempre Fitzgerald aveva scritto: what people are ashamed of usually makes a good story. Le cose di cui si vergognava, di cui non riusciva a parlare, né tantomeno a scrivere, erano solitamente le storie più interessanti, più sofferte. Più autentiche. Più oneste. Più sincere. Più vere.



Scriveva senza perché e senza però, senza aspettarsi che qualcuno fosse interessato alle sue parole, ne'che le leggesse mai. Scriveva messaggi in bottiglia, affidandoli a maree nascoste, invisibili, misteriose.



Sperando qualcuno li trovasse, prima o poi.






 


martedì 8 aprile 2014

100 books to read (BBC docet)




Troppi libri, troppo poco tempo. Ma quali sono i libri indispensabili per la formazione di ogni lettore che voglia definirsi tale? La BBC ha chiesto ai suoi utenti di scegliere i 100 libri da leggere assolutamente, senza se e senza ma, almeno una volta nella vita. A seguito dell'elenco, ha affermato che il lettore medio legge circa dei libri di questo elenco. Ve lo propongo qui di seguito (in grassetto i libri che ho letto, in corsivo quelli che ho iniziato a leggere ma non ho terminato).

1. The Lord of the Rings, JRR Tolkien
2. Pride and Prejudice, Jane Austen
3. His Dark Materials, Philip Pullman
4. The Hitchhiker's Guide to the Galaxy, Douglas Adams
5. Harry Potter and the Goblet of Fire, JK Rowling
6. To Kill a Mockingbird, Harper Lee
7. Winnie the Pooh, AA Milne
8. Nineteen Eighty-Four, George Orwell
9. The Lion, the Witch and the Wardrobe, CS Lewis
10. Jane Eyre, Charlotte Brontë
11. Catch-22, Joseph Heller
12. Wuthering Heights, Emily Brontë
13. Birdsong, Sebastian Faulks
14. Rebecca, Daphne du Maurier
15. The Catcher in the Rye, JD Salinger
16. The Wind in the Willows, Kenneth Grahame
17. Great Expectations, Charles Dickens
18. Little Women, Louisa May Alcott
19. Captain Corelli's Mandolin, Louis de Bernieres
20. War and Peace, Leo Tolstoy
21. Gone with the Wind, Margaret Mitchell
22. Harry Potter And The Philosopher's Stone, JK Rowling
23. Harry Potter And The Chamber Of Secrets, JK Rowling
24. Harry Potter And The Prisoner Of Azkaban, JK Rowling
25. The Hobbit, JRR Tolkien
26. Tess Of The D'Urbervilles, Thomas Hardy
27. Middlemarch, George Eliot
28. A Prayer For Owen Meany, John Irving
29. The Grapes Of Wrath, John Steinbeck
30. Alice's Adventures In Wonderland, Lewis Carroll
31. The Story Of Tracy Beaker, Jacqueline Wilson
32. One Hundred Years Of Solitude, Gabriel García Márquez
33. The Pillars Of The Earth, Ken Follett
34. David Copperfield, Charles Dickens
35. Charlie And The Chocolate Factory, Roald Dahl
36. Treasure Island, Robert Louis Stevenson
37. A Town Like Alice, Nevil Shute
38. Persuasion, Jane Austen
39. Dune, Frank Herbert
40. Emma, Jane Austen
41. Anne Of Green Gables, LM Montgomery
42. Watership Down, Richard Adams
43. The Great Gatsby, F Scott Fitzgerald
44. The Count Of Monte Cristo, Alexandre Dumas
45. Brideshead Revisited, Evelyn Waugh
46. Animal Farm, George Orwell
47. A Christmas Carol, Charles Dickens
48. Far From The Madding Crowd, Thomas Hardy
49. Goodnight Mister Tom, Michelle Magorian
50. The Shell Seekers, Rosamunde Pilcher
51. The Secret Garden, Frances Hodgson Burnett
52. Of Mice And Men, John Steinbeck
53. The Stand, Stephen King
54. Anna Karenina, Leo Tolstoy
55. A Suitable Boy, Vikram Seth
56. The BFG, Roald Dahl
57. Swallows And Amazons, Arthur Ransome
58. Black Beauty, Anna Sewell
59. Artemis Fowl, Eoin Colfer
60. Crime And Punishment, Fyodor Dostoyevsky
61. Noughts And Crosses, Malorie Blackman
62. Memoirs Of A Geisha, Arthur Golden
63. A Tale Of Two Cities, Charles Dickens
64. The Thorn Birds, Colleen McCollough
65. Mort, Terry Pratchett
66. The Magic Faraway Tree, Enid Blyton
67. The Magus, John Fowles
68. Good Omens, Terry Pratchett and Neil Gaiman
69. Guards! Guards!, Terry Pratchett
70. Lord Of The Flies, William Golding
71. Perfume, Patrick Süskind
72. The Ragged Trousered Philanthropists, Robert Tressell
73. Night Watch, Terry Pratchett
74. Matilda, Roald Dahl
75. Bridget Jones's Diary, Helen Fielding
76. The Secret History, Donna Tartt
77. The Woman In White, Wilkie Collins
78. Ulysses, James Joyce
79. Bleak House, Charles Dickens
80. Double Act, Jacqueline Wilson
81. The Twits, Roald Dahl
82. I Capture The Castle, Dodie Smith
83. Holes, Louis Sachar
84. Gormenghast, Mervyn Peake
85. The God Of Small Things, Arundhati Roy
86. Vicky Angel, Jacqueline Wilson
87. Brave New World, Aldous Huxley
88. Cold Comfort Farm, Stella Gibbons
89. Magician, Raymond E Feist
90. On The Road, Jack Kerouac
91. The Godfather, Mario Puzo
92. The Clan Of The Cave Bear, Jean M Auel
93. The Colour Of Magic, Terry Pratchett
94. The Alchemist, Paulo Coelho
95. Katherine, Anya Seton
96. Kane And Abel, Jeffrey Archer
97. Love In The Time Of Cholera, Gabriel García Márquez
98. Girls In Love, Jacqueline Wilson
99. The Princess Diaries, Meg Cabot
100. Midnight's Children, Salman Rushdie

Tanti sono i titoli che aggiungerei (e sottrarrei) a quest'elenco, tante le wishlist, i libri iniziati e mai finiti (le mie nemesi sono Il nome della Rosa e Guerra e Pace). Ma poi mi ricordo che leggere è la cosa che amo più al mondo, e che mi deve emozionare, e mi deve divertire, e mi deve far sognare. E mi dico che in fondo va bene così, che parte del suo fascino e della sua bellezza risiedono nella sua incompiutezza, nel sapere che non vi sarà mai un limite ai libri che vorrei leggere, che vorrei comprare, che vorrei rileggere e sottolineare fino a consumarli. E che grazie ai libri ho vissuto nella Russia di fine '800, ho viaggiato per gli States della fine dello schiavismo, del proibizionismo, della beat generation.
 E mi dico che, in fondo, va bene così.

giovedì 20 marzo 2014

#nevadofiero anch'io, in fondo

“Even if we don't have the power to choose where we come from, we can still choose where we go from there. We can still do things. And we can try to feel okay about them.”
― Stephen Chbosky, The Perks of Being a Wallflower






Confesso che parlare di cose di cui vado fiera mi mette profondamente in crisi.
Se avessi dovuto scrivere un post sulle cose di cui NON vado fiera, ne sarebbe venuto fuori un romanzo. Ma non potevo resistere all'invito della dolce Valentina, un puntino colorato che dissemina bellezza nel suo blog Travel upside down (se non l'avete ancora fatto, correte a perdervi nelle foto e nei racconti di viaggio di Valentina).
Stefania, del blog Di qua& di là, ha proposto di raccontarsi attraverso tre cose di cui si cui si va particolarmente fieri. Per un'iniezione di ottimismo e autostima, per combattere la banale ovvietà della quotidianità, per volersi un po' più bene.
Allora:

1) ero una control-freak. Avevo tutta la mia vita pianificata, o quasi. A 13 anni collezionavo volantini e brochure di università all'estero. Volevo vivere, viaggiare, scoprire, cambiare il mondo nel mio piccolo, essere il meglio di quello che potevo essere.
E invece.
E' intervenuta la vita, con qualcosa di totalmente inaspettato che ha stravolto il corso degli eventi, lasciandomi senza piani B o C.
Ho da poco superato la soglia dei tre decenni, occasione che ha richiesto quantità considerevoli di champagne rosa, ma ha avuto come sgraditi effetti collaterali i tanto odiati bilanci.
Vivo in un Paese in cui non mi sarei mai aspettata di finire, faccio un lavoro che odio e che non mi rappresenta minimamente, sogno uno zaino e un anno di backpacking in Australia e Nuova Zelanda.
Sono lontanissima da dove vorrei essere, da dove pensavo sarei stata al tramonto degli -enti: ma non smetto mai di sognare, specie ad occhi aperti, e di sperare di trovare il mio posticino nel mondo. Non smetto mai di credere, di cercare segni, di allenarmi alla fede.
In sostanza: sono caduta, continuo a cadere, ma cado in piedi. Con qualche livido e qualche scottatura in più, ma cado in piedi. E ne vado fiera, in qualche modo.

2) Sono riuscita - almeno in parte - a superare la mia timidezza cronica. Da bambina, uno dei miei peggiori incubi era essere mandata a fare la spesa, perché avrei dovuto parlare davanti a gente che non conoscevo, che mi avrebbe osservato, e la mia voce sarebbe uscita fuori a stento, gracile, esile, gracchiante, estranea. Fare teatro mi ha aiutato, tanto che ora mi affaccio addirittura da questa finestra virtuale dove a volte racconto anche di me – anche se resta sempre l'imbarazzo della prima persona. Ci stiamo lavorando, e ne andiamo fieri.


3) Credo con tutta me stessa nel potere delle parole (il mio mantra è le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire) e, anche dopo la più triste e grigia delle giornate, mi perdo in una poesia, in un libro, in una storia, o mi abbandono a carta e penna, e il mondo torna ad essere un bel posto – kind of.
Credo che la bellezza salverà il mondo, e cercarla – la bellezza, quel sempre nei mai, per dirla con Muriel Barbery – è la sfida che mi prepongo - e mi propongo – ogni giorno. Fotografare fiori rosa, foglie, erba e nuvole nelle rare giornate di sole qui a Greyville, cercare la bellezza, credere nel potere e nella legittimità dei propri sogni, cercare di essere la versione migliore di me stessa, inventarmi e reinventarmi ogni giorno, non smettere mai di commuovermi, di stupirmi, di essere curiosa, di aver voglia di imparare, sperimentare, leggere, studiare nuove lingue, scribacchiare in metro o nel cuore della notte su un pezzetto di carta, fantasticare ad occhi aperti, riempire le giornate più grigie di parole e di colore: queste sono le cose che mi rendono fiera di me stessa, perché voglio essere in grado di dire, quando sarà il momento


Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità
e succhiare tutto il midollo della vita,
per sbaragliare tutto ciò che non era vita
e per non accorgermi in punto di morte che non ero mai vissuto...
Henry David Thoreau



Invito a scrivere i loro #nevadofiero Amrita di Audrey in Wonderland, Sabina di Una fragola al giorno e la camaleontica Francesca di Tegamini. Ad maiora!




 


 


 
 

mercoledì 12 febbraio 2014

Immensamente Sylvia Plath

Dying is an art, like everything else. I do it exceptionally well.

Lady Lazarus, Sylvia Plath




L'11 febbraio 1963, la giovane Sylvia Plath, appena trentenne, lascia sul comodino dei suoi due figli (Nicholas, nato l'anno prima, e Frieda, nata nel 1960) latte e pane. Sigilla la porta della loro stanza usando degli asciugamani, e infila la testa nel forno a gas. Muore così una delle più grandi poetesse americane, e nasce una leggenda.
Tradizionalmente, il suicidio della Plath viene attribuito al tradimento del marito, Ted Hughes, che, poco dopo la nascita del figlio Nicholas, lascia la moglie per l'esotica Assia Wewill, moglie del poeta canadese a cui gli Hughes avevano affittato l'appartamento londinese per trasferirsi nella quiete rurale di un cottage nella campagna del Devon. Ma andiamo con ordine.
Sylvia Plath nasce nel 1932 a Boston (insieme alla Dickinson, è quindi una delle grandi poetesse del New England) da Otto, di origine tedesca, e Aurelia Schober, di origine austriaca. Il padre muore nel 1940 a causa di un diabete troppo a lungo trascurato; Sylvia non si riprenderà mai dalla morte del padre (nella poesia Daddy la Plath scrive: I was ten when they buried you./At twenty I tried to die/And get back, back, back to you). Nella stessa poesia, Sylvia definisce Aurelia "vampiro succhiasangue": in effetti, il rapporto tra Sylvia e Aurelia è a dir poco complicato. Aurelia è molto orgogliosa dell'intelligenza vivissima della figlia, e lavora duramente per permettere a Sylvia un'educazione di eccellenza (la ragazza viene accettata alla Smith con una borsa di studio); al tempo stesso, incita Sylvia a perseguire quell'eccellenza e quel perfezionismo che diventeranno una vera e propria ossessione, fino ad un fortissimo esaurimento nervoso quando Sylvia non viene accettata alla scuola estiva di Harvard.
Sylvia è una ragazza complessa, che vive in modo complicato la sua fisicità, la sua femminilità, il suo essere donna, la sua bellezza. I suoi diari sono intrisi del racconto delle sue avventure galanti, del suo bisogno e desiderio di piacere, della sua insofferenza nei confronti delle convenzioni sociali dell'epoca che le impediscono di vivere la scoperta del sesso apertamente, serenamente. Come fanno gli uomini.
Quando riceve una Fulbright per studiare a Cambridge, Sylvia incontra Ted Hughes a una festa. L'attrazione tra i due è istantanea: Ted si dimentica della ragazza con cui si era recato alla festa e sottrae a Sylvia la sua fascia per i capelli per assicurarsi di rivederla. Sylvia è così turbata ed emozionata da mordersi la guancia fino a sentire il sangue nella bocca. I due si sposano quattro mesi dopo, e abbandonano presto Londra per vivere nella quiete della campagna del Devon, dove lui fa il grande poeta e lei..lei fa la moglie e la mamma. E' difficile dirsi quanto si possa parlare di idillio nel caso della relazione tra questi due giganti della poesia, entrambi dotati di un ego molto sviluppato. Probabilmente, Sylvia soffriva nel vivere all'ombra del marito, relegata nella quiete campestre, lei che aveva così amato il suo stage presso la famosa rivista Mademoiselle a New York, lei che aveva sempre eccelso in tutto. Non è un caso che la fase più produttiva della Plath coincida col periodo di separazione da Ted Hughes, nel corso del quale scrive anche il suo unico romanzo, The Bell Jar, metafora del senso di soffocamento provocatole dal piccolo appartamento londinese in cui vive sola con i due figli dopo l'abbandono di Hughes.
Il fantasma di Sylvia tormenta l'amante di Hughes, che qualche anno dopo la morte della poetessa mette in scena una macabra emulazione del suicidio della Plath, uccidendo se stessa e la figlia di soli cinque anni col gas.

Frieda Plath, unica figlia di Plath e Hughes ancora in vita (il figlio Nicholas si è suicidato a quarantasei anni), si è opposta violentemente alla produzione della BBC dedicata alla vita di Sylvia Plath, pubblicando la toccante poesia My mother, il grido accorato di una bambina che ha perso sua madre in circostanze tragiche e viene condannata a rivedere quella morte ripetuta sullo schermo:

They are killing her again.
She said she did it
One year in every ten,
But they do it annually, or weekly,
Some even do it daily,
Carrying her death around in their heads
And practising it. She saves them
The trouble of their own;
They can die through her
Without ever making
The decision. My buried mother
Is up-dug for repeat performances.

Now they want to make a film
For anyone lacking the ability
To imagine the body, head in oven,
Orphaning children. Then
It can be rewound
So they can watch her die
Right from the beginning again.


Sylvia Plath resta una delle figure più complesse ed affascinanti della letteratura anglo-americana, che non si può ridurre assolutamente solo agli anni passati con Hughes, come ha sottolineato Andrew Wilson nella sua biografia Mad Girl's Love Song: Sylvia and life before Ted (il titolo è tratto dalla villanelle omonima della Plath, che trovate qui). La biografia di Wilson rappresenta una chiave interessante di lettura delle personalità della Plath, anche se, personalmente, l'ho trovata eccessivamente ancorata alla vita sentimentale e alle prime scoperte sessuali di Sylvia, mentre i suoi diari offrono una visione dettagliata e a tuttotondo della personalità della scrittrice (fin da piccola, la Plath scriveva lettere e diari come se fossero già destinati alla pubblicazione).

La poesia Elm (L'olmo) è stata composta dalla Plath nel 1962, solo un anno prima del suo suicidio. Fin dall'inizio, la Plath vuole far capire al lettore la gravità della situazione, che ha toccato un punto di non ritorno: Sylvia ha ormai toccato il fondo, e non ne ha più paura, perché lo conosce. Tuttavia, è terrorizzata da qualcosa di silenzioso e maligno che dorme in lei, e le fa venire voglia di urlare la sua rabbia, la sua disperazione. L'amore ormai altro non è che una "pallida irrecuperabilità"; è solo un'ombra, e per la Plath ormai è perduto. Per sempre. Traspare dai suoi versi non solo una disperazione profonda, ma anche un senso di ineluttabilità del proprio destino, un campanello d'allarme per la tragedia imminente. Sono le colpe "isolate e lente" che uccidono.

I know the bottom, she says. I know it with my great tap root:   
It is what you fear.
I do not fear it: I have been there.

 
Is it the sea you hear in me,   
Its dissatisfactions?
Or the voice of nothing, that was your madness?

 
Love is a shadow.
How you lie and cry after it
Listen: these are its hooves: it has gone off, like a horse.

 
All night I shall gallop thus, impetuously,
Till your head is a stone, your pillow a little turf,   
Echoing, echoing.

 
Or shall I bring you the sound of poisons?   
This is rain now, this big hush.
And this is the fruit of it: tin-white, like arsenic.

 
I have suffered the atrocity of sunsets.   
Scorched to the root
My red filaments burn and stand, a hand of wires.

 
Now I break up in pieces that fly about like clubs.   
A wind of such violence
Will tolerate no bystanding: I must shriek.

 
The moon, also, is merciless: she would drag me   
Cruelly, being barren.
Her radiance scathes me. Or perhaps I have caught her.

 
I let her go. I let her go
Diminished and flat, as after radical surgery.   
How your bad dreams possess and endow me.

 
I am inhabited by a cry.   
Nightly it flaps out
Looking, with its hooks, for something to love.

 
I am terrified by this dark thing   
That sleeps in me;
All day I feel its soft, feathery turnings, its malignity.

 
Clouds pass and disperse.
Are those the faces of love, those pale irretrievables?   
Is it for such I agitate my heart?

 
I am incapable of more knowledge.   
What is this, this face
So murderous in its strangle of branches?——

 
Its snaky acids hiss.
It petrifies the will. These are the isolate, slow faults   
That kill, that kill, that kill.
 
                      *************************************************

Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa
radice:
è quello di cui tu hai paura.
Io non ne ho paura: ci sono stata.

E' il mare che senti in me,
le sue insoddisfazioni?
O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

L'amore è un'ombra.
Come lo insegui con menzogne e pianti.
Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,
finchè la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino
una zolla,
rimandando echi ed echi.

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?
Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.
E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.

Ho patito l'atrocità dei tramonti.
Bruciati fino alla radice
i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di
ferro.

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.
Un vento di tale violenza
non tollerà neutralità: devo urlare.

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi
crudelmemte, lei che è sterile
Il suo splendore mi folgora. O forse l'ho catturata.

La lascio andare. La lascio andare
diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale.
Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

Sono abitata da un grido.
Di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,
la malignità.

Le nuvole passano e si disperdono
Sono quelli i volti dell'amore, quelle pallide
irrecuperabilità?
E' per questo che agito il mio cuore?

Sono incapace di maggiore conoscenza.
Che cos'è questo, questa faccia
così assassina nel suo strangolio di rami?

Sibilano i suoi acidi serpentini.
Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate
e lente
che uccidono e uccidono e uccidono.