mercoledì 15 ottobre 2014

#socialbookday, una giornata all'insegna dell'amore per la lettura


 
 
 
 
 
 
 
Gli amici di Libreriamo hanno lanciato un'iniziativa bella nella sua spontaneità e semplicità: una giornata dedicata all'amore per la lettura e per i libri, consacrata dall'hashtag #socialbookday.

In una società in cui (apparentemente) nessuno legge più, o nessuno compra più libri, qual è il peso ponderato della lettura? Qual è lo spazio che occupa nel nostro quotidiano?

 

Un po' di giorni fa, parlando di The Bell Jar (La campana di vetro) di Sylvia Plath si parlava di cosa rende un libro "bello". Vi ripropongo la riflessione:

 

Cosa rende un libro "bello?"
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l'immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate
la scena de L'attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l'introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l'area totale della poesia per calcolarne l'autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un'esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d'anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può - o è estremamente difficile - rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sua percezione del libro stesso.

Ma, fatti i libri, bisogna fare i lettori. Per me la lettura rimane una delle esperienze piu' intime e personali, difficilmente condivisibili. Ogni lettore ha una sua esperienza, una sua storia, un suo percorso che l'ha portato ad amare un genere invece di un altro.

La mia storia da lettrice è molto semplice: un'esposizione alla lettura precoce e precocemente bovaristica ;)

Da piccola ho passato molto tempo con mia madre, costretta a casa da una gravidanza difficile. Tra un gioco e l'altro, mi raccontava storie. Mi leggeva storie. Mi faceva vedere i suoi libri. Me li faceva sistemare a mio capriccio.

Mi faceva vedere i suoi libri di scuola, i suoi quaderni, i suoi diari, qualche storia abbozzata quand'era ragazzina.

Si è aperto cosi' un mondo nuovo per me, un mondo di possibilita' infinite. Mia madre è tornata a lavorare, ma io avevo ormai scoperto la magia delle parole.

Le mie prime letture sono state molto…eclettiche ;): Il mago di Oz e Love Story, La piccola principessa e le poesie di Prevert, Pollyanna e il Diario de un poeta recien casado di Jimenez, Piccole donne e Cime tempestose.

Mi affascinava la poesia, quel suo essere fluida, sfuggente, piena di sottintesi e di immagini.

Mi piacevano le rime, mi piaceva imparare le poesie a memoria, recitarle mentre giocavo, o quando non riuscivo ad addormentarmi.

Mia madre adorava Leopardi,e  io piangevo sul triste destino di Silvia (anche se mi era piuttosto oscuro). Lei mi raccontava del pessimismo energico, eroico di leopardi, che poi avrei scoperto ne La protesta di Walter Binni.

E poi c'era lui, IL LIBRO. Un'antologia che mia madre aveva usato da studentessa, Diverse voci (purtroppo non ricordo la casa editrice).

Aveva una copertina blu petrolio, le pagine ingiallite, un odore che mi faceva impazzire. Amavo leggere e rileggere i versi prima dell'introduzione (che poi avrei scoperto essere tratti dal Paradiso di Dante):

 

Diverse voci fanno dolci note;

cosí diversi scanni in nostra vita

rendon dolce armonia tra queste rote.

(PARADISO - CANTO SESTO vv. 121 e segg.)

 

Tutte quelle poesie – Signorina Felicita ovvero la felicita' di Gozzano, La pioggia nel pineto di D'Annunzio, Funere mersit acerbo e Pianto antico di Carducci. Non capivo la meta' delle cose che leggevo, ma quelle parole, quei versi mi incantavano.

Poi c'era la mia preferita, La tessitrice di Pascoli. La trovavo cosi' drammaticamente bella. Il passo da li' a Emma Bovary è stato facile J

 



Mi son seduto su la panchetta



come una volta ... quanti anni fa?



Ella, come una volta, s'e' stretta



su la panchetta.







E non il suono d'una parola;



solo un sorriso tutto pieta'.



La bianca mano lascia la spola.







Piango, e le dico: Come ho potuto,



dolce mio bene, partir da te?



Piange, e mi dice d'un cenno muto:



Come hai potuto?







Con un sospiro quindi la cassa



tira del muto pettine a se'.



Muta la spola passa e ripassa.







Piango, e le chiedo: Perche' non suona



dunque l'arguto pettine piu'?



Ella mi fissa timida e buona:



Perche' non suona?







E piange, piange — Mio dolce amore,



non t'hanno detto? non lo sai tu?



Io non son viva che nel tuo cuore.







Morta! Si', morta! Se tesso, tesso



per te soltanto; come, non so:



in questa tela, sotto il cipresso,



accanto alfine ti dormiro'. —

 

 

Diverse voci è stata anche responsabile della mia infatuazione per il teatro, dopo la memorizzazione del monologo di Mirandolina in La locandiera:

 

Uh, che mai ha detto! L'eccellentissimo signor Marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l'arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s'innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto s'abbiano a innamorare: ma disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. É nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l'abbia trovata? Con questi per l'appunto mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m'innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l'arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.

 

Ci sono stati tanti altri libri, tante altre storie, tante altre poesie. Ma nessuno ha mai eguagliato il mistero, la magia, il fascino, l'incanto di quelle parole, di quei versi e di quelle storie che hanno creato me, lettrice.
 


 

 

 

martedì 7 ottobre 2014

The Bell Jar: dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

To the person in the bell jar, blank and stopped as a dead baby, the world itself is the bad dream.
 
Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno
 




Cosa rende un libro "bello?"
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l'immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate la scena de L'attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l'introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l'area totale della poesia per calcolarne l'autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un'esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d'anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può - o è estremamente difficile - rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sue percezione del libro stesso.

Tutto questo per raccontarvi come The Bell Jar, unico romanzo (semi-autobiografico) pubblicato in vita dalla poetessa e scrittrice americana Sylvia Plath (si, lo ammetto: sono nel mio periodo Sylvia, e basta leggere qui e qui per averne conferma) mi ha fatto sentire.
Dimenticatevi belletti e rouge à levres, inopportunamente suggeriti dalla copertina dell'edizione Faber e Faber per il cinquantesimo del romanzo (incidentalmente, una delle copertine meno riuscite della storia della letteratura): The Bell Jar è asfissiante. Soffocante. Crudo. Brutale.





The Bell Jar è la somma di tutti quei giorni sempre uguali, alla fine dei quali ci si guarda allo specchio attoniti, perché non ci si riconosce più. E' quella stretta al cuore, quel macigno sullo stomaco, quell'impossibilità di respirare che pervade coloro che si sentono persi, che non sanno più che strada prendere, che covano in sé il germe di una lacerante tristezza, di un desiderio sfumato, di un sogno sfuggito tra le dita. E' la storia di tutti coloro che si ritrovano rinchiusi in una vita che non gli appartiene, che non sentono come propria, che vorrebbero cambiare con tutto il cuore: ma non sanno come farlo, e si abbandonano all'apatia, all'inettitudine, nascondendosi sotto il piumone e sperando che il mondo si dimentichi della loro esistenza, o, quantomeno, non noti la loro assenza.
The Bell Jar parla di depressione: una malattia del corpo e dell'anima che è un po' il male del secolo, ma vissuta ancora come uno stigma, oppressi da quella vergogna che impedisce di chiedere aiuto, in un mondo in cui l'apparenza e i social network e i selfie e la condivisione creano l'illusione di vite frenetiche, mondane, vissute al massimo da persone che hanno tutto e vogliono metterlo in mostra.
Io credo che Sylvia Plath non l'avrebbe mai fatto, ecco: se fosse viva adesso, se stesse affrontando il suo dramma e i suoi demoni neri adesso, non abbellirebbe la sua storia. Forse si farebbe qualche autoscatto, chè nonostante il rapporto difficilissimo con il suo corpo la fanciulla era bella, e sapeva di esserlo, ed era anche un po' vanitosa.




A conferma di quanto appena detto, non ci sono abbellimenti o finzioni letterarie in The Bell Jar; è una brutta faccenda, raccontata in modo brutalmente sincero, tanto che il lettore può esserne infastidito, disgustato, spaventato, ma non può evitare di immedesimarsi in Esther Greenwood/Sylvia Plath: una ragazza terrorizzata e persa, che ha paura di non riuscire più a ritrovarsi e si abbandona a quel vortice nero mirabilmente descritto da Katie Crouch (trovate il suo articolo su Sylvia Plath qui e qui).
Esther è una ragazza sedotta - dalle luci di New York e dal prestigioso stage presso la rivista femminile Mademoiselle - e abbandonata, quando la City le svela il sul volto più spietato, più superficiale, più alieno.
Ester è votata al successo, alla perfezione, alle borse di studio, alla pubblicazione dei suoi scritti. Quando torna a casa e scopre di non essere stata accettata alla scuola estiva di scrittura di Harvard, Esther smette di dormire, e sprofonda in un'apatia letargica, umiliante per una persona abituata a essere sempre attiva, a raggiungere i suoi obiettivi, a produrre risultati eccellenti.
La ragazza si convince lentamente del fatto che qualcosa non funzioni nella sua testa, e che gli altri possano vederlo. Vedere questa sua diversità, questa sua alienazione, quella sua solitudine.
Allora Esther si abbandona al vortice nero e si rannicchia in un rifugio quasi fetale, una sorta di sottoscala, un'intercapedine buia, e prende un flacone di sonniferi.
I suoi rantolii vengono però sentiti; inizia cosi il suo lento calvario tra ospedali psichiatrici, dove si realizza il suo terrore più grande: viene sottoposta a un elettroshock.
E la descrizione di quella paura, del processo, del dolore sentito durante e dopo è così dettagliata, quasi distaccata e al tempo stesso così sofferta che il lettore non può fare a meno di immaginarsi lì, in quelle stanzette squallide, circondato da figure in camice bianco i cui tratti diventano sempre più sfocati, sempre più lontani.
In tutto questo c'e' anche la costernazione della madre (Aurelia, la madre-vampiro, in opposizione alla figura mitica del padre Otto perso troppo presto) che non riesce a capacitarsi di come la sua 'bambina' possa 'farle tutto questo' e che, quando Esther/Sylvia inizia a mostrare i primi, lenti segni di miglioramento, esclama: sapevo che la mia bambina avrebbe deciso di essere di nuovo a posto! (Come se la malattia fosse una specie di capriccio, inflittole dalla figlia per punirla, per  farla vergognare di lei e di se stessa).
C'è anche la fine del primo amore (lo studente di medicina Buddy Willard/Dick Norton)  e il suicidio dell'amica/nemica Joan Gilling, personaggio ispirato da Jane Anderson, un'altra studentessa della Smith che avrebbe poi fatto causa ai produttori del film tratto dal romanzo per diffamazione, sostenendo che la Joan saffica e suicida di The Bell Jar avrebbe nuociuto alla sua reputazione.
Il romanzo finisce quasi all'improvviso: Esther di rosso vestita attende con ansia e paura il momento in cui una commissione di dottori la testerà, la esaminerà per giudicare se sia in grado di tornare nel mondo esterno, di riprendere il college, di ricominciare a vivere.

The eyes and the faces all turned themselves towards me, and guiding myself by them, as by a magical thread, I stepped into the room.


I took a deep breath and listened to the old brag of my heart. I am, I am, I am.


Nel suo Once again to Zelda, una bellissima raccolta delle storie dietro le dediche di alcuni dei più famosi romanzi anglo - americani (se n'è parlato qui) Marlene Wagman - Geller racconta che Sylvia Plath ha dedicato il suo romanzo a Elisabeth e David perché i due sono stati molto vicini alla poetessa nella sua ora più buia. I coniugi Sigmund erano infatti vicini dei Plath, che, poco tempo dopo il loro avventato matrimonio, si erano traferiti da Londra a un cottage in campagna, affittando l'appartamento londinese a un poeta canadese e alla moglie, l'affascinante, esotica Assia, che diventa poi amante di Ted Hughes e motivo della separazione della coppia.
Quando Sylvia decide di tornare a Londra coi suoi due bambini i coniugi Sigmund sono fortemente contrari, consci della sua fragilità e delle solitudine che avrebbe sperimentato nella capitale.
Effettivamente, la campana di vetro come stato mentale diventa ben presto per Sylvia un luogo fisico: l'angusto appartamento londinese, ancora più oppressivo e angosciante a causa di uno degli inverni più freddi della storia (l'inverno della morte di Sylvia).


 
 
Sylvia Plath e Dick Norton, Yale Junior Prom, Marzo 1951 (Lilly Library, Indiana University)
 
 

martedì 30 settembre 2014

Un'ora con...Valentina di Bellezza rara




Dopo la chiacchierata con Giulia di The Blooker e quella con Alessandra di Una lettrice, questa mi sta particolarmente a cuore, perché Valentina l'ho effettivamente conosciuta e vista due volte in quel di Greyville, e ho quindi avuto modo di toccare con mano la sua freschezza, il suo entusiasmo, la sua passione per le cose che dice, che scrive, che fa. Perché incontrarsi nel mondo virtuale offre possibilità pressoché infinite, eliminando limiti spazio - temporali, ma non può sostituire una chiacchierata davanti a coca-cola e insalata durante la giornata più piovosa del luglio più piovoso della storia ;)

Genesi ed evoluzione di Bellezza rara

Valentina ha creato Bellezza Rara nel 2010, mossa dal desiderio di parlare di bellezza, soprattutto della bellezza trovata nei luoghi visitati prima di diventare mamma, nel corso dei suoi viaggi di lavoro.

Per due anni è stato uno spazio che Valentina riempiva sporadicamente con una manciata di post, principalmente sulle sue città del cuore, New York e Lisbona, che hanno messo prepotentemente radici nella sua memoria (e il terzo post su Bellezza rara, La mia New York, fa venire voglia di abbandonare tutto, fare la valigia e partire per la Grande mela, guardandola con gli occhi innamorati di Valentina).

Poi, a marzo 2012, in seguito a un momento difficile in ufficio, ha scritto il primo post molto personale, in cui parlava del rapporto famiglia-lavoro. Bellezza Rara ha così fatto un primo ingresso nel territorio del mommy - blogging. Valentina stessa non sa se definirlo propriamente un mommyblog, o, almeno, non sa più se definirlo così, dato che più passa il tempo più si sente in imbarazzo quando parla di sua figlia, che ora ha cinque anni e una sua personalità da rispettare e tutelare. Per questo motivo, da un po' di tempo, Valentina preferisce scrivere quasi esclusivamente delle sue esperienze e dei suoi ricordi.

(Mia personalissima opinione off the record: Bellezza rara è molto più di un mommyblog o un blog di viaggio: è un contenitore di storie scritte col cuore, di dichiarazioni d'amore a Torino, di ricordi al sapore di Lisbona, di New York e di nostalgia, di bellissime lettere che Valentina scrive a G., la sua nana riccioluta. Ecco, per esempio un paio di giorni fa ho letto questo post, e mi sono commossa, perché in poche righe ho trovato tutta la bellezza che cercavo.).

Bellezza Rara è Valentina. È tutto ciò che ha dentro. Ricordi, sogni, passioni. Ed è soprattutto quell'impulso irrefrenabile di scrivere che ogni tanto sente e che non può non assecondare.

 

Lo scaffale d'oro di Valentina

Il bar delle grandi speranze di JR Moheringer

Fiesta di Ernest Hemingway

La strada di Cormac McCarthy

Un amore di Dino Buzzati

Un uomo di Oriana Fallaci

Dice Valentina del suo rapporto con la lettura:

Quando ero al liceo classico divoravo i libri di Oriana Fallaci e sognavo di diventare quel tipo di donna: coraggiosa, anarchica e forte. Sognavo di diventare una giornalista di guerra, ma soprattutto sognavo di essere la Fallaci di Un uomo: innamorata e pronta a lottare contro tutto il mondo per il suo uomo e per il suo amore. Poi ho scelto Economia e Commercio e una vita decisamente più tranquilla della sua, ma quel modo di vivere le passioni mi è rimasto nell'anima.

 

Se Bellezza Rara fosse una colonna sonora…

sarebbe di sicuro di Ennio Morricone, che Valentina adora.

In particolare, sarebbe quella di C'era una volta in America.

Se fosse una canzone...ma Bellezza Rara è una canzone! Il nome del blog deriva da una canzone brasiliana che la fanciulla ascoltava sempre ai tempi del suo Erasmus a Lisbona e che per lei è diventata sinonimo di felicità, spensieratezza, leggerezza.

 

Valentina e la scrittura

Valentina racconta storie. Storie che catturano attimi di bellezza (quella bellezza rara, appunto, che poi è titolo ed essenza del suo blog).

Ho chiesto a Valentina di raccontarmi un po' come vive la scrittura, cosa significa per lei, qual è il suo rapporto con le sudate carte (o il sudato pc J):

Ho sempre amato scrivere, ma l'ho sempre ritenuta una passione e nulla più. Da qualche anno ho capito che anche lo scrivere ha le sue regole e soprattutto è una passione che va coltivata e arricchita, e quindi ho cominciato a frequentare corsi di scrittura e a leggere i grandi della letteratura dai quali vorrei imparare. Per me la scrittura è come l'amore con il quale decidi di costruire una famiglia: richiede passione e istinto ma anche tanto impegno.

E sui suoi progetti in cantiere:

Ho in cantiere un ebook che uscirà a ottobre con Zandegù: sarà una guida turistica molto speciale. Diciamo che sarà una guida a un certo tipo di sentimenti :)

Poi ho in cantiere un romanzo che non so quando finirà, ma mi sta tenendo molta compagnia. Parla di Arturo e Sara, e del loro corto circuito un giorno di aprile.

E poi mi piacerebbe tanto scrivere qualcosa sulla mia città, Torino, che adoro fotografare e descrivere, ma non ho ancora ben inquadrato l'idea.

(N.B: Valentina scrive anche su #lamiatorino e riempie il suo profilo Instagram di foto meravigliose che mi fanno venire una voglia matta di scoprire questa meravigliosa città che, ahimè, non ho mai visitato).

Insomma, che aspettate? C'è tanto da leggere, e il tempo è sempre troppo poco ;)

PS: Un grazie speciale a Valentina che ha avuto il coraggio di venirmi a trovare nel mio ufficio sperduto in mezzo al nulla, sotto la tormenta.

PS2: Ecco un assaggio delle bellissime foto di Valentina, tra Torino, Stati Uniti e Portogallo.




 
 

 
 
 

sabato 27 settembre 2014

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch (parte seconda)


 
Avevamo lasciato Katie, Henry e Lucinda a disagio in una bettola da quattro soldi.
Ah, per chi si fosse perso la prima parte: Katie Crouch è una scrittrice americana, autrice del best-seller Abroad, ha scritto un articolo che ho letto su BuzzFeed e, che per una serie di motivi, non riuscivo a smettere di leggere. Ne ero affascinata.
Ho chiesto a Katie il permesso di tradurlo in Italiano, e questa è la seconda parte (qui la prima parte).
Perché Sylvia Plath, allora, e cosa c'entrano Henry, Lucinda e Kate?
L'articolo di Katie è una lettera a Sylvia Plath, un racconto, e una confessione.
E' una riflessione sul suicidio di Sylvia - della Sylvia persona, la Sylvia ragazza, quella che si nasconde dietro la maschera della poetessa tanto amata e celebrata, dalla vita romanzata.
E' una riflessione sul suicidio in generale, e sul suicidio di Henry.
Henry è un amico di Katie, un suo ex collega, compagno di sbronze, sigarette e risate clandestine, nascoste dalla quattro pareti discrete del bagno unisex.
Henry è di un'intelligenza brillante e instancabile, che gli permette di distaccarsi dalla vuotezza e dalla scarsità di stimoli dell'agenzia pubblicitaria per cui lavora insieme a Katie e di rifugiarsi nei libri, nella musica elettronica, nella cultura giapponese.

Henry, come Sylvia, vive la vita all'estremo. Henry, come Sylvia, brucia d'amore: amore per Lucinda, la moglie che non gli apparterrà mai veramente, perché ama essere guardata dagli altri uomini, adorata, venerata mentre si spoglia in un night club.

Mentre traducevo la storia di Henry, a un certo punto nella mia playlist è partita Pyramid song dei Radiohead, e, complice il fatto che ho da poco finito di leggere The Bell Jar, mi sono sentita estremamente coinvolta nel dramma di Henry e in quello di Sylvia, e in quello di Katie, il suo senso di colpa per non essere riuscita a salvare il suo amico, la sua insonnia.
 
The bell jar, suspended, a few feet above my head. I was open to the circulating air. (The Bell Jar,  Sylvia Plath)
(La campana di vetro, sospesa a qualche centimetro dalla mia testa. Ero aperta all'aria che circolava)

E ho pensato a quanto sia facile perdersi, sentirsi soli. Perdere la speranza.
Sentirsi quasi invisibili, in un guazzabuglio di condivisione e di "mi piace", dove l'apparenza conta sempre di più, e ci si dimentica di guardare cosa c'è sotto la campana di vetro.

E mi è venuta in mente la pubblicità di una macchina con navigatore incorporato, che diceva qualcosa tipo: in un mondo pieno di indicazioni, riesci ancora a perderti?
 
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"Okay" ho detto allora". La moglie aveva questa piccola pochette sbrilluccicosa di cui Henry si prendeva cura come se si trattasse di un cucciolo. Mi ricordo che lo osservavo – stringeva la borsetta così forte che la sue nocche erano bianchissime – e pensavo che nessuno mi avrebbe mai amato così.

Henry e Lucinda erano diversi dal resto dei miei amici. Avevo provato a farli incontrare tutti, ma era un miscuglio troppo strano. La coppia non sciava, non amava i Wilco (gruppo rock alternativo basato a Chicago, Illinois, ndr), non viaggiava con un branco di ragazzi equipaggiati REI (marca americana di equipaggiamento e abbigliamento sportivo, ndr) dalla testa ai piedi. Uscivano di rado, e quando venivano alle feste stazionavano nell'angolo della stanza, come fantasmi. Eppure amavo questo loro separarsi dagli altri. Li trovavo affascinanti.

Ho poi scoperto che, in realtà, non sapevo niente di Henry. Avevo una mia visione romanzata della sua vita: l' amico musicista e la moglie spogliarellista di certo vivevano in un loft da artisti a South of Market (quartiere di San Francisco, ndr).

Il giorno in cui sono passata da loro ho scoperto che l'appartamento di Henry altro non era che uno studio piccolo e sporco a Tenderloin (quartiere di San Francisco, ndr).

Avevo detto a Henry che sarei passata, ma pareva se lo fosse dimenticato. Ha aperto la porta in pigiama, l'aria corrucciata.

"Ciao" mi ha detto. Il posto era freddo e cupo. Un gatto mi osservava dal letto.

"Ciao".

"Non l'hai mai chiamata".

"Cosa?"

"Lucinda. Per la storia."

"Oh. Mi dispiace". Gli ho dato I soldi per i miei dieci dollari di fumo (ero passata per quello). "La chiamerò, stanne certo".

È passato del tempo prima che la chiamassi. Sono andata a sciare; sono andata per locali con gli altri copywriter. Il mio ragazzo era un repubblicano, il che mi aveva portato, in qualche maniera misteriosa, a seguire un corso su come cucinare i soufflés. Alla fine, mossa dalla noia più che dal senso di colpa, ho chiamato Lucinda. Era dolce al telefono, la voce infantile che suonava come quella di una bimba di otto anni.

Lucinda è arrivata in ritardo al nostro appuntamento al Café Vesuvio, vicino al locale dove lavorava.

È arrivata arrossata e senza fiato, molto più carina nella luce del pomeriggio rispetto alla sera in cui l'avevo conosciuta. Abbiamo bevuto un paio di bicchieri e  ho acceso un piccolo registratore che ancora conservo in uno scatolone di robe vecchia a casa di mia madre, dove mi sarei trasferita qualche anno più tardi, dopo quello che alcuni hanno definito un esaurimento nervoso.

Lucinda mi ha raccontato che aveva sempre desiderato fare la ballerina. Quando era andata a Las Vegas insieme a Henry, lui l'aveva portata a vedere delle showgirl.

"Ma io non ero interessata a ballare".

"Ti piaceva solo l'idea di essere guardata?"

"Adorata".

Dopo un po' mi ha portato al club dove lavorava. Sedute nello spogliatoio, abbiamo fumato e chiacchierato con le altre ragazze. Spettegolavano e si pavoneggiavano allo specchio nelle loro vestaglie di seta. Io prendevo appunti, minuziosamente. Cambio del turno. Vestaglie. Molte sono studentesse di arte. Scarpe. Lucinda si è alzata e ha preso un paio di stivali go-go bianchi (la Go-go dancing è un tipo di danza erotica, con ballerine o ballerini spesso vestiti con abiti succinti e questi stivali, nata nei primi anni '60 quando le donne al Peppermint Lounge di New York hanno cominciato a salire sui tavoli e ballare il twist, ndr) dallo scatolone degli oggetti di scena. Si è spogliata in silenzio e si è messa i tacchi alti, poi si è avvicinata allo specchio e ha dipinto di rosso le sue morbide labbra da geisha.

"Dai, mettiti gli stivali" he detto, girandosi verso di me.

La sua indifferenza. Nessuna discussione, nessun esasperante dovrei farlo, o no?

Ho chiuso la cerniera degli stivali, poi ho seguito il bagliore delle sue spalle per il corridoio. Abbiamo messo via le sigarette e siamo passate sotto la porticina che dava sul palcoscenico. Le altre ragazze stavano già ballando. Ci hanno fatto un cenno.

Non ho oltrepassato la tenda: sono rimasta lì a sbirciare. Faceva freddo, e l'aria sapeva di candeggina. Ma niente di tutto questo aveva importanza in presenza di Lucinda. Volteggiava, faceva piroette,  scivolava via leggera, furtiva. Le altre ragazze ci provavano, ma in confronto a lei non erano che bamboline di carta. La gamba di Lucinda arrivava fino al suo orecchio e oltre, in un'altra dimensione. Nonostante il vetro fosse unidirezionale, riuscivo a intravedere le sagome delle teste che si muovevano su e giù vicino alla sua finestra.

Alla fine – dopo dieci minuti? Venti?  - ha fluttuato nella mia direzione.  "Dovrebbero riscaldare di più questo posto", ha osservato. Abbiamo smezzato una sigaretta, poi è andata di nuovo a ballare. Ho pensato che non avrei mai raccontato quest'esperienza al mio ragazzo. Poi ho pensato a Henry, a dove poteva essere. Forse a casa, fatto, col suo gatto, a leggere Murakami? O forse a guardare la porta, aspettando che la sua iridescente moglie tornasse?

Dopo qualche altra esibizione siamo tornate nei camerini, ci siamo vestite insieme, poi siamo scappate via ridendo sul marciapiede. La mia gola era intasata dal fumo delle sigarette. Lucinda ha aperto la giacca e ha tirati fuori gli stivali bianchi, facendo scivolare la borsetta di lustrini dalla spalla.

"Li ho rubati per te" ha detto, con quella sua voce.

E' stato uno di quei rari momenti di purezza. Sai di cosa sto parlando, vero Sylvia? Una piccolissima pausa nel corso degli eventi; un istante che significa tutto e niente allo stesso tempo. Ho pensato a Henry in ufficio alle sei del mattino, quando fuori è ancora buio, per guadagnarsi un paio di ore insieme a sua moglie. In quel momento tutta la loro storia assumeva un senso, com'è successo a te quando hai incontrato Ted.

Lucinda. Era impossibile non amarla.

Conosciamo la tua storia, Sylvia, e la sua parabola. La passione soprannaturale, la pazzia, il vortice che ti ha risucchiato. Quindi sappiamo come va a finire questa storia, vero? Dopotutto, ti ho già detto che mi ricordi il mio amico Henry. Il modo in cui ti sei aperta a un’altra persona, permettendo che ti abitasse. Il fatto che tu abbia modellato la tua vita intorno a lui. Alcune femministe impazziscono per quello che tu hai fatto per Ted. Dicono che tu sei un pessimo esempio, una pessima madre. Sono una femminista e sono una mamma, ma conosco amore e pazzia. Le parole che ci hai lasciato riescono a pulire ogni macchia, per me. Forse divento più disposta al perdono col passare del tempo, a causa dei miei errori. In ogni caso, non ti critico.

Il collasso di Henry è iniziato col disastro che ha colpito l’altra costa del Paese l’11 settembre 2001. C’è voluto circa un mese  perché l’agenzia iniziasse a risentirne il pieno impatto. Il corso di yoga è stato cancellato. C’è stata una riunione durante la quale non si è parlato più di “famiglia”. Sarebbero stati invitati dei consulenti a giudicare la nostra produttività.

Il nostro receptionist si è sparato. La mascotte della compagnia si è ammalata di un cancro canino ed è morta. Un giorno, verso la fine di novembre, il mio computer è stato messo sotto chiave, le mie cose in uno scatolone di cartone. Henry, che doveva essere stato il primo a ricevere la notizia dato che veniva in ufficio prestissimo, se n’era già andato.

E’ stato l’inizio di cose molto spiacevoli, Sylvia. Le metà femminile della coppia dai pantaloni di pelle se l’è svignata con un consulente d’investimento. La metà maschile, abbandonata ed arrabbiata, ha molestato una produttrice e si è fatta licenziare dal consiglio di amministrazione.

Un flagello istantaneo. Nessuna possibilità di tornare a lavorare. Mi sono iscritta alle liste di disoccupazione , poi ho scritto circa cinquecento parole sul mio pomeriggio con Lucinda e le ho mandate a Henry. Non mi ha mai detto niente, quindi ho dedotto (a ragione) che non fossero granché.  Tutti si affrettavano a lasciare la città: il mio ragazzo, molti dei miei amici. Tornavano sulla costa est a lavorare per le loro famiglie o si iscrivevano nuovamente all'università.

Henry e Lucinda non se ne andavano. Quello che li differenziava dal resto dei miei amici non era, ovviamente, il loro fascino, ma il fatto che non venissero da famiglie benestanti, e non avessero una rete di sicurezza per scongiurare lo scenario peggiore. Ma Lucinda aveva ancora il suo lavoro, quindi sembravano a posto. A volte andavamo a cena insieme in ristorantini vietnamiti da quattro soldi dalle parti loro. Henry e io parlavamo di libri, Lucinda mangiucchiava distrattamente.

Ma qualcosa stava cambiando. Henry era sempre più magro, sempre più arrabbiato.

Una sera ci siamo incontrati per un drink, solo io e lui. Aveva due grosse ombre bluastre sotto gli occhi. Lucinda era passata dallo spogliarello al porno, mi ha detto. Ora faceva lap dance, e altre cose di cui non voleva parlarmi. Non poteva chiederle di fermarsi: lei voleva farlo. E lui viveva dei soldi che sua moglie guadagnava compiacendo altri uomini.

Mi sembra di ricordare di aver lasciato la città senza nemmeno aver rivisto Henry. So che sembra assurdo, visti i nostri precedenti.

Il fatto è che non mi ricordo bene questo pezzo della storia. Ero così spaventata, non avevo un piano B. Non era così strano, in quel periodo, sparire senza dire niente. Erano in così tanti a partire che le feste d'addio erano ormai diventate una barzelletta. Forse sono passata a salutarlo, forse no. È passato così tanto tempo…

Una cosa però me la ricordo. L'ho chiamato e gli ho lasciato un messaggio. Ricordo anche che, circa un mese dopo, anche lui mi ha lasciato un messaggio, Sylvia. Me lo ricordo ancora, parola per parola.

Mi ha detto che era disperato. Che non aveva soldi. Che Lucinda stava pensando di lasciarlo. Che stava lavorando in un negozio di alimentari.

"Conosci qualcuno?" ha chiesto alla macchina. Qualcuno che possa aiutarmi?

Non lo conoscevo. Era la verità. Non conoscevo nessuno che avesse bisogno di droga, o di un programmatore, o di una lap dance. Ma era il mio amico, e, nel corso degli ultimi tre anni, ero stata quella che l'aveva fatto ridere senza una ragione. Quindi si, conoscevo qualcuno che poteva aiutarlo. Io.

Ma c'è una cosa. Ci puo' essere una cosa, vero Sylvia? Ci puo' essere, e c'era: mio padre.

Quando ero piccola, a volte mio padre mi portava nel nostro gazebo per parlarmi. Avevamo una bella casa, Sylvia, simile alla casa a Winthrop dove hai vissuto quand'eri piccola.

Il gazebo era caldo e giallo. Mettevamo cracker salati con formaggio cremoso in un vecchio piatto scheggiato, in equilibrio precario su un cuscino in mezzo a noi. Mio padre mi raccontava che alcune persone ce la facevano a superare le avversità; altre, inevitabilmente, non ci riuscivano.

Nel secondo caso, è importante allontanarsi, anche se si tiene molto alle persone in questione. È come quando una persona sta per annegare: pur non volendolo, ti porta giù con sè.

È una cosa istintiva, mi diceva mio padre, bevendo chissà cosa on the rocks da una tazza di tè.

Quando ero più giovane veneravo quest'uomo, nonostante i suoi problemi  e i suoi difetti, come tu veneravi Otto.  Ti ricordi che non sei mai riuscita a riprenderti dalla sua morte? Ti quel senso di perdita, di vuoto, che ha dato origine ad Ariel?

 

You stand at the blackboard, daddy

 In the picture I have of you

 A cleft on your chin instead of your foot

 But no less a devil, no not

 Any less the clack man who

 Bit my pretty heart in two.

(dalla poesia Daddy, ndr)

 

Sylvia, Henry mi ha chiamato perché aveva bisogno di me. Stavo per rispondere. Poi ho pensato a mio padre, a quello che mi aveva detto, anche se sapevo che era solo un ubriacone.

Non posso aiutare Henry in nessun  modo, ho pensato.

Ma era solo il piano da quattro soldi di una scrittrice che voleva essere perdonata. Da te, da Henry. Da se stessa.  Avevamo torto, io e mio padre. Henry era il mio amico. Avrei dovuto richiamarlo.

Ieri notte ero a letto con mia figlia. Ha tre anni. Non penso alla maternità tanto quanto ci pensavi tu, Sylvia. Le tue poesie sull'essere madre non erano tra le mie preferite, Sylvia. Preferisco fare più che pensare.  Per me, la maternità non è un miracolo: è la vita, semplicemente.  Ho una bambina, e ci amiamo. E tiriamo avanti.

Ma ieri notte lei mi ha guardato e mi ha chiesto "io, tu e papà non moriremo mai, vero? Daisy – il nostro cane rauco – potrebbe morire, ma noi no, vero?"

Non ero pronta a parlare di morte. Era tardi. Forse non mi andava, per pigrizia. Così ho fatto qualcosa che non avrei dovuto fare: le ho mentito.

"Esatto" le ho detto. "Non moriremo.  Andrà tutto bene. Bevi un po' d'acqua".

Roviniamo le persone, Sylvia. Figli, amici. Li roviniamo anche senza infilare la testa in un forno quando loro sono nella stanza accanto.

Quando sono tornata, San Francisco era un posto diverso, più ragionevole. La gente aveva di nuovo lavori normali. Le grandi compagnia fatte di scaldapiedi e corsi di yoga, le stesse che ora considero specialmente pericolose, si erano tutte concentrate nella Silicon Valley. Non avevo chiamato più chiamato Henry e Lucinda; nemmeno loro l'avevano fatto. Eppure a volte pensavo a loro, reliquie estratte dal mio passato, come farfalle che volteggiavano intorno allo stesso spillo.

Nel corso di uno di quei pomeriggi californiani dorati e luminosi sono passata dalle parti del club dove lavorava Lucinda. Sono entrata e ho chiesto di lei, usando il suo nome di scena, ma l'uomo al bancone mi ha detto che se n'era andata.

Tornata a casa, li ho chiamati. I loro numeri erano cambiati, le email tornavano indietro.

Qualche settimana più tardi ho incontrato la curatrice della cultura aziendale del posto dove lavoravo. Era ancora più bella, ancora più nervosa, ancora single. Abbiamo ricordato i vecchi tempi, parlato degli ex-colleghi. "Devo chiamare Henry" ho detto. Sono passati anni dall'ultima volta che l'ho sentito. Devo proprio chiamarlo".

 

La curatrice ha sorriso, ma era quel sorriso nervoso, inappropriato. Il sorriso forzato e involontario delle cattive notizie.

"Oh, Henry è morto. Non lo sapevi?"

No, non lo sapevo.

Allora mi ha raccontato quello che era successo. Lucinda l'aveva lasciato. Henry non aveva più un soldo. Quindi, dopo anni di droghe e depressione, aveva affittato un macchina, guidato fino a Land's End, chiuso i finestrini e acceso una griglia a carbone sul sedile del passeggero.

"Apparentemente è un metodo molto popolare per suicidarsi, in Giappone" mi ha detto.

Quello che è successo dopo è vago, sfocato. Credo di essermi messa a piangere. Credo la curatrice abbia cercato di essere empatica, ma fosse solo a disagio.

Dopo un po' se n'è andata. E io ho smesso di dormire.

Per un bel po' sono stata ossessionata dai dettagli. La data. Il posto. Dove fosse finita la macchina.

Ho cercato Lucinda, nei vari night club e su Internet.

Ho chiamato di nuovo la curatrice, perche' mi avava detto di aver sentito dire che Lucinda si fosse iscritta ad una scuola per estetisti.

"Ma dove?" le ho chiesto. "Qui?"

Non lo sapeva, mi ha detto, un po' impaziente. Le dispiaceva. Era una storia davvero triste.

"Sono andata con lei al club dove lavorava, una volta".

La curatrice ha riso, fingendo interesse.

"Nient'altro che stivali bianchi" le ho detto. Ho cercato di spiegarle la storia, ma non l'ha capita.

I blissfully succumbed to the whirling blackness that I honestly believed was eternal oblivion.

(Mi sono abbandonata con enorme sollievo al vortice nero che credevo essere oblio eterno).

 

Questo è quello che hai scritto del tuo primo tentativo di suicidio, Sylvia. Voglio dire la volta che hai preso le pillole e ti sei nascosta in quella sottospecie di scantinato a casa di tua madre. Immagino che Henry abbia fatto la stessa cosa, mentre il monossido di carbonio deprivava il suo cervello di ossigeno. Abbandonarsi al vortice nero. A dirlo così, sembra quasi piacevole.

Ma ho paura, Sylvia. Probabilmente l'avrai capito: sono una fifona. E la cosa che mi spaventa di più è il sospetto che non sia poi tanto piacevole, abbandonarsi al vortice. Ho paura che a entrambi sia mancata l'aria fino a soffocare, o che il sangue sia uscito a fiotti dal naso mentre il cervello esplodeva, o, peggio ancora, che abbiate capito troppo tardi che non volevate farlo. Che volevate vivere.

Forse questo è il mio problema. Questo mio blocco mentale per cui non riesco a concepire che essere privi di vita sia meglio di essere vivi.

Non riesco proprio a immaginarmi il sollievo dell'oblio, Sylvia, proprio come non posso comprendere dove finisca l'universo. È come in un puzzle di Escher (incisore e grafico olandese conosciuto principalmente per le sue incisioni su legno e litografie che tendono a presentare costruzioni impossibili ed esplorazioni dell'infinito, ndr): voglio che Henry abbia il suo lieto fine; so che non può più averlo; pensando alla sua fine, torno all'inizio. Ci si mette ovviamente di mezzo anche il senso di colpa, perché forse avrei potuto fare qualcosa. Inoltre, non riesco proprio a convincermi che per Henry abbandonarsi all'oblio possa essere stato meglio delle risate con me, chiusi in bagno.

Probabilmente non ti sarei piaciuta, Sylvia. Tendo a semplificare le cose. Ricordi? Le uova.

Henry non l'avrebbe mai fatto, semplificare le cose. E, considerando quello che hai scritto, nemmeno tu, credo.

La differenza principale tra Henry, me e te l'ho capita solo dopo tutti questi anni. Io non vivo la vita con la passione e la profondità con cui voi l'avete vissuta. Non "sento" così tanto, e questo mi fa sopravvivere.

Quando vago per casa la notte non vado dall'altra parte del precipizio. Svuoto la mente, e spero.

Quindi questo è quello che auguro a te, poetessa, genio. Questo è quello che auguro a Henry, l'amico che non ho salvato. Spero che voi abbiate avuto ragione a proposito del vortice nero. Spero che l'oblio sia stato una benedizione. E spero che, in quel posto oscuro, i vostri cuori rinsecchiti, appassiti a causa del troppo amore, abbiano finalmente trovato il sangue che cercavate. Così, mentre l'aria abbandonava i vostri polmoni, il resto del vostro corpo sarà stato finalmente in grado di fiorire, di esplodere, di  incendiarsi.