giovedì 16 maggio 2013

Il grande, grandissimo Gatsby

 
 
To Zelda, once again
 
 
 
 
 

Se il dottor Pereira di Tabucchi avesse incontrato il Jay Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, probabilmente gli avrebbe detto, citando le parole del dottor Cardoso: la smetta di frequentare il passato, frequenti il futuro.
Ma Jay Gatsby non crede nei tempi verbali: per lui il presente altro non è che un'appendice posticcia di un passato in cui tutto era possibile, un luogo e un tempo da usare per riappropriarsi di un passato che lo ossessiona e proiettarlo verso il futuro.

Aleggia intorno a Gatsby un'aria di mistero. Gatsby who? What Gatsby?
C'è chi dice abbia ucciso un uomo, chi sostiene sia un eroe di guerra, chi ancora lo vede implicato in loschi affari. La chiave del mistero di Gatsby è in realta lei (c'è sempre una lei, no?) la bellissima flapper Daisy Buchanam, la ragazza che gli ha cambiato la vita con un bacio tanti anni prima, stregandolo durante una notte di stelle e rampicanti, quando Jay era ancora un soldato povero in canna e non poteva ambire alla mano della fanciulla (è facile ritrovarvi un'eco autobiografica della vicenda dello stesso Fitzgerald, che, non potendo sposare la bella Zelda Sayre per mancanza di mezzi finanziari, in attesa di quel successo letterario che tanto tardava ad arrivare, lavorava come pubblicitario e scriveva la notte).
La grandezza di Gatsby non è autoincensazione, non è celebrazione dell'american dream dei roarin' Twenties: tutto il pacchetto, l'eleganza, la bellissima magione, le feste eccentriche e strepitose sono funzionali a riportare Daisy a lui. Daisy, che vive dall'altra parte della baia, la cui luce verde Gatsby si ferma ad osservare per ore, per sentirla più vicina. Daisy, che ha un ricco marito, Tom, che la tradisce con la moglie del meccanico. Daisy che, dopo aver partorito e aver scoperto di aver dato alla luce una bambina, esclama I hope she'll be a fool—that's the best thing a girl can be in this world, a beautiful little fool!
Per Gatsby, il passato si può ripetere, eccome: per questo convince il suo vicino di casa, Nick Carraway - timido, provinciale, affascinato e repulso al tempo stesso dal mondo dei belli e dannati, che è anche voce narrante del romanzo - a persuadere Daisy, che è sua cugina, ad andare da lui, Gatsby. Per rivedere lui, per ammirare quella casa, quelle feste in cui lui non si diverte, quella vita che lui ha costruito per lei, su misura per lei.
Il mistero di Gatsby è congelato nel tempo. Il cuore di Jay Gatsby ha smesso di battere nel momento in cui le sue labbra hanno sfiorato quelle di Daisy. La sua vita è una folle corsa su una cabriolet gialla nel tentativo di rimettere a posto i pezzi del suo mosaico personale.
Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va, sostiene Eraclito.
Gatsby commette un immenso errore di valutazione: basare tutta la sua esistenza su un attimo. E Daisy, l'eterea, infelice Daisy, lo riaccoglie a braccia aperte nella sua vita, riaffiora in tutta la sua bellezza - e il suo egocentrismo  - grazie all'adorazione spassionata di Gatsby.
Ma Daisy è tanto decorativa quanto egoista, tanto affascinante quanto superficiale, incapace di comprendere quell'amore che va al di là di ogni ragionevole dubbio. Incapace di amare se stessa, incapace di amare gli altri. Splendida e fredda come una bambolina di porcellana dagli occhi vitrei.
Gatsby pretende che Daisy semplicemente cancelli la sua vita con Tom, neghi di averlo mai amato e torni ad essere solo sua. La loro folle corsa termina in tragedia: dopo un duello verbale con Tom, Daisy e Gatsby, tornando da New York a West Egg, investono Myrtle, l'amante di Tom. A guidare è Daisy, ma Gatsby si guarda bene dal diffondere quest'informazione, per proteggerla, fino alla fine. Fino a quei proiettili sparati dal marito di Myrtle che mettono fine alla sua vita.
Fino a quel funerale, sotto la pioggia, a cui partecipano Nick e il padre di Gatsby, ancora incredulo per lo starus di nouveau riche del figlio appena deceduto. Una morte solitaria come solitaria era stata la vita di Gatsby, una sorta di Mr Darcy del dopoguerra, che non si mischia alle danze e aspetta, acquattato nell'ombra, e scruta la luce verde di Daisy, sentendo il suo sogno più vicino che mai, non riuscendo a capire di esserselo già lasciato alle spalle.
Perchè, se in generale è difficile lasciar andare via la persona amata, nel caso di Gatsby è impossibile.









Questi giorni si parla tanto di Gatsby, complice il nuovo adattamento cinematografico a cura di Baz Luhrmann (che, come tanti, attendo con ansia di vedere). Tuttavia, focalizzandosi tanto sul fascino degli anni '20, sui vestiti, sul jazz, sulle feste roboanti, sul ritmo incalzante di una generazione che vuole dimenticare la guerra appena trascorsa, si rischia di perdere di vista la vera grandezza di Gatsby. Che non scaturisce dai suoi soldi, dalle sue feste grandiose, dalla sua magione stile torta nuziale, dal suo fascino maledetto, dal suo fosco passato. La grandezza di Gatsby risiede nel suo tentativo di dominare il tempo, nella sua fede cieca e naive in un amore che lo ha permeato e lo ha fatto cambiare, per rendersi degno di una Daisy un po' ottusa e superficiale  -cosa che Gatsby non vede, con gli occhi del cuore. La grandezza di Gatsby sta nella sua capacità di amare, con coraggio, senza paura, against all odds. La grandezza di Gatsby sta nel mettersi in gioco, nel reinventarsi, nello scommettere tutto su se stesso per rendersi degno di lei.
Gatsby è un grand'uomo, perchè ama senza ritegno, perchè non riesce a lasciar andare il passato, perchè vive di ricordi e si rifocilla di rimpianti. E non se ne vergogna.

Il Grande Gatsby è uno dei capolavori della letteratura angloamericana. Si legge tutto d'un fiato, con una prosa da togliere il fiato. Il finale è di una perfezione assoluta:


And as I sat there, brooding on the old unknown world, I thought of Gatsby’s wonder when he first picked out the green light at the end of Daisy’s dock. He had come a long way to this blue lawn and his dream must have seemed so close that he could hardly fail to grasp it. He did not know that it was already behind him, somewhere back in that vast obscurity beyond the city, where the dark fields of the republic rolled on under the night.

Gatsby believed in the green light, the orgastic
future that year by year recedes before us. It eluded us then, but that’s no matter—tomorrow we will run faster, stretch out our arms farther. . . . And one fine morning——

So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past.








(E mentre meditavo sull'antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all'estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter sfuggire più. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in questa vasta oscurità dietro la città, dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C'è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia ... e una bella mattina...

Così continuiamo ad andare, barche contro la corrente, sospinte incessantemente verso il passato).

La triste vicenda dell'antieroe Gatsby richiama echi biografici del suo brillante e tormentato autore. L'infelice epilogo della sua vita coniugale è purtroppo fin troppo noto: la bellissima e tormentata Zelda Sayre trascorre i suoi ultimi anni in una casa di cura a causa della sua fragilità e dei suoi problemi mentali (il personaggio di Nicole in Tender is the night è chiaramente un tentativo dell'autore di esorcizzare la malattia mentale della moglie, così come Dick ritrae la stanca rassegnazione di un marito che ha fallito nel compito di proteggere la donna che ama da se stessa).
Fitzgerald, spesso preso in giro da Hemingway per la sua scarsa resistenza all'alcool, cerca comunque rifugio ai suoi problemi e ai suoi insuccessi nella bottiglia. Muore d'infarto a soli 44 anni, e il suo funerale ricorda molto quello di Jay Gatsby, con una trentina di persone sotto la pioggia e Dorothy Parker che sussurra poor son of a bitch, altra citazione gatsbyana.

Il romanzo aveva ricevuto un'accoglienza tutt'altro che calorosa, e al momento della morte di Fitzgerald numerose erano le copie polverose che avevano trovato rifugio nella sua soffitta: nel primo anno di pubblicazione, solo 21000 copie erano state vendute, e le recensioni non erano entusiaste.
Il New York Evening World aveva definito il libro a valiant effort to be ironical...his style is painfully forced: un brillante tentativo di ironia, stroncato da uno stile sofferto e forzato.
Il Chicago Tribune non era stato più generoso, definendolo indegno di essere riposto su uno scaffale accanto a This side of the paradise (Certainly not to be put on the same shelf with, say, This Side of Paradise).
Probabilmente è uno di quei capolavori che possono essere appieno compresi ed apprezzati solo con la dovuta distanza storica da un'epoca affascinante e controversa come i roarin' Twenties.

Fitzgerald dedica The Great Gatsby

                                             To Zelda, once again







ancora una volta alla sua Zelda, che incarna la quintessenza della flapper.
Essere una flapper non significa semplicemente abbracciare una tendenza, una moda, mettersi i pantaloni, fumare, tagliarsi i capelli à la gamine e ballare il charleston: significa aderire a un vero e proprio movimento storico e sociale che abbraccia i nuovi diritti della donna (come il diritto di voto) e, oltre a deporre gonne lunghe e scomode e crinoline, riconosce il diritto della donna di lottare per l'affermazione di se stessa nella società. La stessa Zelda tenta tutta la vita di emergere come scrittrice fuori dall'ombra possente del marito; nella sua Eulogy of the flapper, scrive

The Flapper awoke from her lethargy of sub-deb-ism, bobbed her hair, put on her choicest pair of earrings and a great deal of audacity and rouge and went into the battle. She flirted because it was fun to flirt and wore a one-piece bathing suit because she had a good figure, she covered her face with powder and paint because she didn’t need it and she refused to be bored chiefly because she wasn’t boring. She was conscious that the things she did were the things she had always wanted to do. Mothers disapproved of their sons taking the Flapper to dances, to teas, to swim and most of all to heart. She had mostly masculine friends, but youth does not need friends—it needs only crowds.







La donna diventa quindi consapevole del suo fascino e del suo potere: si trucca e flirta perchè ha voglia di farlo, mette in risalto il suo fisico, usa come armi orecchini vistosi e una buona dose di faccia tosta.

Zelda e Scott incarnano lo spirito dell'epoca: in America come a Parigi sono la coppia d'oro, i belli e dannati. Entrambi muoiono nell'oblio e nella solitudine più profonda; sulla loro lapide sono incise le ultime righe del grande Gatsby, a ricordare il senso di perenne e irrequieta insoddisfazione di due barche controcorrente, per sempre risospinte verso il passato.






Per saperne di più:

http://www.evene.fr/livres/actualite/du-whisky-a-gatsby-la-face-cachee-de-francis-scott-fitzgerald-2019071.php

http://blogs.smithsonianmag.com/threaded/2013/02/the-history-of-the-flapper-part-1-a-call-for-freedom/

http://bitchmagazine.org/post/how-the-great-gatsby-fears-the-flapper

http://www.kuriositas.com/2013/05/if-f-scott-fitzgerald-was-one-of.html

http://flavorwire.com/topics/the-great-gatsby





mercoledì 1 maggio 2013

Dicono di Ofelia

Quando la sera colora di stanco dorato tramonto le torri di guardia,
la piccola Ophelia vestita di bianco va incontro alla notte dolcissima e scalza,
nelle sue mani ghirlande di fiori e nei suoi capelli riflessi di sogni,
nei suoi pensieri mille colori di vita e di morte, di veglia e di sonno...




Silvia Camporesi, Dreams are like a white flower



Dicono che Ofelia fosse bella.
Non di una bellezza appariscente: di una bellezza lacustre, opalescente, lunare, di pallidi bagliori e trasparenze.
Dicono che Ofelia avesse la pelle talmente bianca e sottile e fragile che attraverso di essa si poteva vedere la sua anima. E la sua anima era fatta d'aria, e il suo corpo era di muschio fragrante e terra umida della foresta, foglie autunnali d'oro e di rame e acqua. Acqua quieta e immota di un lago metallico, senza tempo; acqua torbida e inquieta, scroscio argentino di una sorgente segreta, nascosta.

Dicono che Ofelia avesse gli occhi di stelle spente e foglie morte, e lunghi capelli scuri di salici piangenti intrecciati con crisantemi.

Dicono Ofelia portasse con sè, ovunque andasse, un profumo di assenza, un presagio della sua precarietà e fragilità. Dicono che, sotto il battito delle sue lunghe ciglia scure e arcuate, si celasse un senso di inesorabile addio.

Dicono Ofelia amasse. Ma non come amano le persone comuni: dicono che amasse dolorosamente, come se l'inevitabile conseguenza dell'amare fosse il perdere. Dicono che amasse così intensamente e disperatemente che un giorno il cuore le scoppiò in petto - un istante, giusto il tempo di un sospiro - lasciandola inerte, per sempre addormentata, per sempre, cullata dall'acqua, per sempre.

Dicono fosse una piccola ninfa dei boschi, e che sia semplicemente tornata a far parte di quegli elementi - l'aria, l'acqua, la terra - ai quali apparteneva. Un'inevitabile restituzione, un cerchio che si chiude, un ciclo che si completa.

Dicono che Ofelia vestisse sempre di bianco e non legasse mai i capelli, avesse l'anima trasparente e nel cuore un dolore nero.

Dicono che Ofelia vivesse di passato, che ignorasse il presente e non credesse nel futuro. Dicono che attraversasse la vita sfiorandola appena, in punta di piedi, tanto che quando camminava sembrava quasi levitasse, senza far rumore. La più terrena e la più celeste delle creature.

Dicono che Ofelia non credesse nelle cose reali, ma riponesse una fede cieca ed incrollabile negli amori impossibili, nei se e nei forse, nelle strade mai percorse, nei fiori mai colti, nei baci rubati, negli abbracci spezzati.

Dicono che Ofelia parlasse spesso da sola, e cantasse ai cristantemi e alle foglie d'autunno dolci e malinconiche nenie sul suo amore impossibile, su quell'illusione portatale via, su quel suo povero cuore maciullato a colpi di machete. Sulla sua solitudine eterna.

Dicono che Ofelia fosse pazza. D'amore e di dolore.
Il vento della foresta narra che era rara e preziosa, troppo fragile per vivere.

Dicono che Ofelia, prima di abbandonarsi con ingenua, infantile e cieca fiducia all'abbraccio estremo dell'acqua verde di foglie e di alberi e di boschi e di muschio, avesse cercato di gridare.
Ma, come nei peggiori incubi, aveva perso la voce, dicono.



Silvia Camporesi


Silvia Camporesi

 
Kirsten Dunst in Melancholia, Lars Von Trier



John Everett Millais



Nadav Kander, Erin O’Connor posing as Ophelia, 2004




Tom Hunter, The way home, 2000


Saoirse Ronan: The Cult of Beauty - Vogue US photographed by Steven Meisel, December 2011


“Ophelia” remake by Elena Ayllon



Silvia Camporesi




 Photography by Sanchez and Mongiello







 

giovedì 25 aprile 2013

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana






Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.

Siate umili e disdegnate l'orgoglio; questa fu la religione che seguii nella vita
Pietro Benedetti, partigiano. Condannato a morte nell'aprile del 1944
 
 
 
 
Resistenza, con la lettera maiuscola. Un pezzo enorme, un cuore sanguinante della nostra storia che si tende spesso a vituperare, manipolare, strumentalizzare, fino allo svilimento.
Historia magistra vitae. ma è una lezione che stentiamo ad imparare. E diventiamo sempre più recalcitranti ad insegnare.

Il 25 aprile commemoriamo la liberazione, così come tutto il sangue versato in nome di ideali più alti, più belli, più puri, che andrebbero scritti tutti con la lettera maiuscola, perchè trascendono spazio e tempo, fazione politica ed emisfero.

Pertanto, voglio ricordare questa data attraverso le parole di coloro che sono morti in nome della Libertà, dell'Indipendenza, della Democrazia. Le lettere di seguito riportate sono tratte dai libri di Malvezzi e Pirelli (Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Einaudi) e di Avagliano e Le Moli (Muoio innocente. Lettere di caduti della resistenza a Roma, Mursia). Sono quasi tutte ultime lettere, scritte nel poco tempo che resta. Lettere di persone che camminano inesorabilmente ma a testa alta verso la morte. Lettere non intrise di amarezza, di rammarico, di rimpianto: lettere piene di amore, di nostalgia nei confronti dei propri cari, di serenità nel compimento del proprio dovere, di rimpianto di aver fatto troppo poco.

Buon 25 aprile a chi la storia l'ha fatta, a chi la storia la insegna, a chi si impegna a ricordare per non ripetere gli stessi errori. Buon 25 aprile agli idealisti e ai cinici, a chi crede ancora che questa povera patria possa rinascere dalle sue ceneri come araba fenice e a chi ha perso ogni speranza. Buon 25 aprile a tutti coloro che ci hanno creduto, in questa patria, e per essa sono morti. Buon 25 aprile per non dimenticare, mai.





Paolo Braccini (Verdi)

 Di anni 36 - docente universitario - nato a Canepina (Víterbo) il 16 maggio 1907 -- Incaricato della cattedra di zootecnia generale e speciale all'università di Torino, specializzato nelle ricerche sulla fecondazione artificiale degli animali presso l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte e della Liguria - nel 1931 allontanato dal corso allievi ufficiali per professione di idee antifasciste - all'indomani dell'8 settembre 1943 abbandona ogni attività privata ed entra nel movimento clandestino di Torino - è designato a far parte del I° Comitato Militare Regionale Piemontese quale rappresentante dei Partito d'Azione - pur essendo braccato dalla polizia fascista, per quattro mesi dirige l'organizzazione delle formazioni GL -. Arrestato il 31 marzo 1944 da elementi della Federazione dei Fasci Repubblicani di Torino, mentre partecipa ad una riunione del CMRP nella sacrestia di San Giovanni in Torino -. Processato nei giorni 2-3 aprile 1944, insieme ai membri del CMRP, dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato -. Fucilato il 5 aprile 1944 al
Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da plotone di militi della GNR, Con Franco Baibís ed altri sei membri del cmrp. - Medaglia d'Oro al Valor Militare.



3 aprile 1944



Gianna, figlia mia adorata,

è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te. Sarò fucilato all'alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno.
Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l'infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo:quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa.
Riversa su tua Madre tutto il bene che vuoi a lui: ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascierà il mio cuore.
Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto.
Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.



 


Roberto Ricotti
Di anni 22 - meccanico - nato a Milano il 7 giugno 1924 . Nel settembre 1943 fugge dal campo di concentramento di Bolzano e si porta a Milano dove si dedica all'organizzazione militare dei giovani del proprio rione - nell'agosto 1944 è commissario politico della 124^ Brigata Garibaldi SAP, responsabile del 5° Settore del Fronte della Gioventù. Arrestato il 20 dicembre 1944 nella propria abitazione di Milano adibita a sede del Comando del Fronte della Gioventù - tradotto nella sede dell'OVRA in Via Fiamma, indi alle carceri San Vittore - più volte seviziato. Processato il 12 gennaio 1945, dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato per appartenenza a bande armate. Fucilato il 14 gennaio 1945 al campo sportivo Giurati di Milano, con Roberto Giardino ed altri sette partigiani. Proposto per la Medaglia d'Oro al Valor Militare.



S. Vittore 13.1.'45



A te mio dolce amore caro io auguro pace e felicità. Addio amore...
Roberto Ricotti Condannato a morte
Tu che mi hai dato le uniche ore di felicità della mia povera vita...! a te io dono gli ultimi miei battiti d'amore... Addio
Livia, tuo in eterno...
Roberto

 



Bruno Frittaion (Attilio)

Di anni 19 - studente - nato a San Daniele del Friuli (Udine) il 13 ottobre 1925 -. Sino dal 1939 si dedica alla costituzione delle prime cellule comuniste nella zona di San Daniele - studente del III corso di avviamento professionale, dopo l'8 settembre 1943 abbandona la scuola unendosi alle formazioni partigiane operanti nella zona. Prende parte a tutte le azioni del Battaglione "Písacane", Brigata "Tagliamento", e quindi, con funzioni di vicecommissario di Distaccamento, dei Battaglione "Silvio Pellíco " -. Catturato il 15 dicembre 1944 da elementi delle SS italiane, in seguito a delazione, mentre con il compagno Adriano Carlon si trova nella casa di uno zio a predisporre i mezzi per una imminente azione - tradotto nelle carceri di Udine - più volte torturato . Processato il 22 gennaio 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine. Fucilato il 1 febbraio 1945 nei pressi dei cimitero di Tarcento (Udine), con Adriano Carlon, Angelo Lipponi, Cesare Longo, Elio Marcuz, Giannino Putto, Calogero Zaffuto e Pietro Zanier.

31 gennaio 1945

Edda

voglio scriverti queste mie ultime, e poche righe. Edda, purtroppo sono le ultime si, il destino vuole così, spero ti giungano di conforto in tanta triste sventura.
Edda, mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l'idea che c'è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano anzi sia di aiuto nella grande lotta. Di quella causa che fino a oggi ho servito senza nulla chiedere e sempre sperando che un giorno ogni sacrificio abbia il suo ricompenso. Per me la migliore ricompensa era quella di vedere fiorire l'idea che purtroppo per poco ho servito, ma sempre fedelmente.
Edda il destino ci separa, il destino uccide il nostro amore quell'amore che io nutrivo per te e che aspettava quel giorno che ci faceva felici per sempre. Edda, abbi sempre un ricordo di chi ti ha sempre sinceramente amato. Addio a tutti.
Addio Edda


 
  

Pietro Benedetti
11 aprile 1944

Ai miei cari figli, quando voi potrete forse leggere questo doloroso foglio, miei cari e amati figli, forse io non sarò più fra i vivi. Questa mattina alle 7 mentre mi trovavo ancora a letto sentii chiamare il mio nome. Mi alzai subito. Una guardia aprì la porta della mia cella e mi disse di scendere che ero atteso sotto. Discesi, trovai un poliziotto che mi attendeva, mi prese su di una macchina e mi accompagnò al Tribunale di Guerra di Via Lucullo n. 16. Conoscevo già quella triste casa per
aver avuto un altro processo il 29 febbraio scorso quando fui condannato a 15 anni di prigione. Ma questa condanna non soddisfece abbastanza il comando tedesco il quale mandò l'ordine di rifare il processo. Così il processo, se tale possiamo chiamarlo, ebbe luogo in dieci minuti e finì con la mia condanna alla fucilazione.
Il giorno stesso ho fatto la domanda di grazia, seppure con repulsione verso questo straniero oppressore. Tale suprema inuncia alla mia fierezza offro in questo momento d'addio alla vostra povera mamma e a voi, miei cari disgraziati figli.Amatevi l'un l'altro, miei cari, amate vostra madre e fate in modo che il vostro amore compensi la mia mancanza. Amate lo studio e il lavoro. Una vita onesta è il migliore ornamento di chi vive. Dell'amore per l'umanità fate una religione e
siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.
Siate umili e disdegnate l'orgoglio; questa fu la religione che seguii nella vita.
Forse, se tale è il mio destino, potrò sopravvivere a questa prova; ma se così non può essere io muoio nella certezza che la primavera che tanto io ho atteso brillerà presto anche per voi. E questa speranza mi dà la forza di affrontare serenamente la morte.



Mia cara Enrichetta,
ho voluto tacerti fino ad oggi la triste realtà nella speranza di ottenere una impossibile grazia. Purtroppo è la fine. Sono straziato di non poter rivedere i miei figli. Ora tu sei tutto per loro. Sii forte per loro. Tu sai che al mondo ho fatto solo il bene e perciò morirò tranquillo. Bacia per me i miei figli ed educali nell'amore e nel lavoro.
Addio, mia diletta e sfortunata compagna, bacia per me mio padre, i tuoi cari genitori, i cugini e gli zii. Salutami tutti gli amici e ringrazia coloro che hanno tentato purtroppo inutilmente di salvarmi.
Un ultimo abbraccio e un bacio per tutta la vita,
Tuo Pietro


Pietro (Pedro) Ferreira

(dall'archivio storico dell'INSMLI - Istituto Nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia)

Dalle Carceri di Via Asti, Torino, 22.1.1945 – ore 24. Cara Pierina, amor mio, Domattina all’alba un plotone d’esecuzione della guardia repubblicana fascista metterà fine ai miei giorni.Non ho materiale il tempo di dilungarmi a narrarti i particolari della mia cattura e del mio processo, comunque gli potrai sapere dai miei compagni (Corso M.Grappa 7/17) o indirettamente dai miei amici. Ciò che voglio dirti in punto di morte, Pierina, è che tu sei stata [Pagina 2] il mio primo solo ed unico amore, e che se fossi vissuto ti avrei chiesta in isposa e ti avrei fatta felice.In queste ore, le più tragiche della mia vita, tutto il mio passato mi si para d’innanzi come sullo schermo di un film in una visione rapidissima. Ebbene Pierina, in tutta la mia vita, due furono i giorni in cui posso dire di essere stato veramente felice: il primo fu il 30 giugno 1940 quando mi innamorai di te e il secondo fu nell’estate 1941 quando appresi la notizia di essere stato ammesso alla R.Accademia di Modena.Tante, moltissime volte, durante questi anni che mi separano dal 30 giungo 1940 ripensai con nostalgia al nostro amore, d ora, in punto di morte, prima di immolare la mia vita per l’ideale per cui da oltre un anno combattei nelle vallate alpine di questo ferreo Piemonte, sento il bisogno di concentrarmi un po’ per ripensare a te, amore mio. Addio, Pierina, ti auguro tanta felicità e ti auguro soprattutto di ritrovare l’amore senza il quale la vita non è vita. [Pagina 3] Addio Pierina, addio "addio piccola Piera del mio cuore" (ti ricordi questo è un endecasillabo della poesia che ti dedicai quando ci lasciammo ?). Ricordati sempre di me come l’uomo che mai cessò di amarti di vero amore. Un ultimo bacio tuo Pedro 23.1.1945 – ore 0.45



Francesco De Gregori alla moglie

(dall'archivio storico dell'INSMLI)

Firenze 14 settembre 1943 – Albergo Fenice Mia piccola cara, oggi sono di fronte a questo dilemma: o presentarmi nel termine di 24 ore al Comando Territoriale di Firenze, che obbedisce ai tedeschi, o darmi alla macchia per mantenermi fedele al mio giuramento. In ambedue i casi non potrei essere utile a voi, che dovete ormai vivere una vita indipendente dalla mia. Perciò io scelgo la via dell’onore, anche se è la più ardua, anche se mi può portare alla fucilazione. In questo caos inestricabile, guai se perdiamo l’unica e ultima luce che può rischiarare il nostro cammino; questa luce è l’Italia, che se anche, per noi, è stata soltanto un calvario, del quale io sono ormai vicino alla vetta, potrà un giorno essere la terra felice dei nostri figli e dei figli dei nostri figli. Ma questa loro futura possibilità dobbiamo essere noi a conquistarla. La nostra unione, mio amore, è cominciata lì sotto le mura del Vescovato di Udine, da allora, questa nostra unione ci ha dato gioie e tormenti, ma da ogni gioia e da ogni tormento ne è uscita più forte e più viva. Io ti ringrazio dell’amore che tu mi hai dato, del tuo cuore che per cinque anni ho sentito palpitare nelle mie mani. Di averti conosciuta, io ringrazio Dio, e sii certa che l’ultimo pensiero dell’ultimo istante della mia vita non puoi essere che tu. Oggi io sono lontano da te, ma questa lontananza è nulla in confronto a quella che ci separerà domani._ Io sarò un fuori legge che vivrà sui monti la sua vita dura, col pensiero inutilmente nostalgico volto a una casa lontana dove forse saranno entrati gli orrori della guerra. Tutte le sofferenze e i pericoli mi sono davanti e potranno farmi cadere. In questo caso tu riceverai questa lettera. A lei affido la mia benedizione per te per Anna, per Pier Luigi; l’augurio che nella vostra casa, dov’io non sarò più che un ritratto, torni, dopo il lutto, la luce della pace e della felicità. Addio piccolo amore dei giorni più belli, addio. Ti offro in questo momento, bagnati di pianto, tutti i ricordi più belli del nostro amore straordinario. Tuo Franco







domenica 7 aprile 2013

Volver

Y aunque no quise el regreso
Siempre se vuelve
Al primer amor
 Volver, Estrella Morente







Nella vita di un'expat ci sono verbi di movimento (e non solo) che ricorrono in un climax ascendente in occasione di festività prestabilite, che si sommano a verie ed eventuali.
Ferie. Biglietti. Coincidenze, prenotazioni, e le trappole gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede, per dirla con Montale.
Fare la valigia. Disfarla. Rifarla ancora una volta, questa volta ancora più pesante dei 15 kg consentiti da Ryanair, perchè carica di sottostrati emozionali più o meno inconsci (ma a un certo punto, non dovrebbe essere vietato portare valigie pesanti? il bagaglio che ci trasciniamo appresso, giorno dopo giorno, e che divente sempre più ingombrante, non dovrebbe bastare?)

Ricordi. Incontri mancati o mai avvenuti. Possibilità, che si sono realizzate, o sono morte nel nascere.
Partire. Arrivare. Ripartire. Arrivare.
E le lunghe attese in aereoporto, i duty free, i libri divorati. Le attese. Le aspettative smorzate.

Il viaggio verso Greyville implica un peso ancora maggiore. Saranno i dieci gradi e passa di differenza, sarà il cielo plumbeo e vuoto che trovo ad attendermi, quella nebbiolina lattiginosa che offusca contorni, sfuma geometrie. Sarà la sensazione di essere imprigionata in questa gabbia grigia "a tempo", non capire i perchè, e nemmeno i come.

I can understand HOW: I cannot understand WHY, scriveva George Orwell in 1984.

Sarà la lettura che ha accompagnato il mio rientro, Kafka on the shore di Murakami. Scritta meravigliosamente bene, intrigante; tuttavia, una di quelle letture che ti svuota completamente, che assorbe come un aspirapolvere sensazioni ed emozioni, lasciandoti in mano briciole di inquietante tragedia, quel giovane io che si infrange contro scogli di eschiliana memoria, le colpe dei padri ereditate dai figli, le profezie ineluttabili.

Sarà il varcare le soglie di un'abitazione che non riesco ancora - e probabilmente non riuscirò mai -  a chiamare casa. Trovarla più estranea, assente, grigia, fredda e inospitale che mai.

Eppure.

Le parole sono importanti, dice Nanni Moretti. E basta cambiare un verbo - arrivare - con un altro - tornare, -carico di aspettative ancestrali, giustificate o meno. Un verbo che sa di caldarroste che scoppiettano invitanti nel camino - immagine più che giustificata, dato il tempo inclemente.
O forse no. Tornare, anche se non si è attesi, il cuore in gola che smette di essere una metafora.
Tornare. Un verbo che palpita di infinite possibilità.


Yo adivino el parpadeo
De las luces que a lo lejos
Van marcando mi retorno

Son las misma que alumbraron
Con su pálido reflejo
Unas horas de dolor

Y aunque no quise el regreso
Siempre se vuelve
Al primer amor

La vieja calle
Donde le cobijo
Tuya es su vida,
Tuyo es su querer

Bajo el valor de las estrellas
que con indiferencia
Hoy me ven volver

Volver...
Con la frente marchita
La nieve del tiempo
la aclaro en mi cien

Sentir...
que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada
Hurrante entre la sombra
Te busca y te nombra

Vivir...
Con el alma ferrada
A un dulce recuerdo
que lloro otra vez

Tengo miedo del encuentro
Con el pasado que vuelve
A enfrentarse con mi vida

Tengo miedo de la noche
que poblada de recuerdo
Encadenan mi soñar

Pero el viajero que huye
Tarde o temprano
Detiene su azar

Y aunque el olvido
que todo lo destruye
aya matado
A mi vieja ilusión

Cuarto escondida
Y una esperanza humilde
que es toda la fortuna
De mi corazón

Volver...
Con la frente marchita
La nieve del tiempo
La aclaro en mi cien

Sentir...
que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada
herrante entre la sombra
Te busca y te nombra

Vivir...
Con el alma ferrada
A un dulce recuerdo
que yo notare...